Amore di coppia: che stile hai?

(Parliamo di questo tema anche in quattro bellissimi video)

Franco Nanni

Sono forse davvero poche le persone, almeno nella nostra cultura occidentale, che non si sono mai interrogate sulle determinanti che portano tanti individui a vivere relazioni sentimentali che paiono ripetere un copione ricorrente, felice o infelice che sia; nel secondo caso, per di più, pare anche impossibile uscirne, quantomeno con sforzi coscienti. Sono passati più di sessant’anni da quando John Bowlby e Mary Ainsworth diedero inizio a quella serie di ricerche e riflessioni che presero presto il nome di Teoria dell’Attaccamento, e se inizialmente la loro opera sembrò rientrare nei limiti della psicologia dello sviluppo dei primi anni di vita, progressivamente ha ampliato il suo campo d’azione verso lo studio della personalità, del comportamento e delle relazioni adulte, della genitorialità e della psicopatologia, grazie anche al lavoro parallelo di figure come Mary Main, Patricia Crittenden, Peter Fonagy, Philip Shaver e molti altri che è impossibile citare esaustivamente. Questo ampio insieme di ricerche in continua evoluzione può fornire risposte originali alla domanda iniziale, se vi siano davvero quelle che Freud chiamava “coazioni a ripetere” nell’ambito delle relazioni sentimentali.

Cosa resta delle esperienze di attaccamento della prima infanzia nel resto della vita?

Bowlby considerava il bisogno del bambino di vicinanza e di protezione da parte della madre come un insieme di comportamenti “corretti secondo lo scopo”: non schemi fissi di azione ma motivazioni e rappresentazioni organizzate a raggiungere quel fine (soddisfare il bisogno di vicinanza) a partire da condizioni di partenza tra loro molto diverse. Tra queste condizioni gioca un ruolo chiave, nella prima infanzia, la condotta della madre, al punto da produrre linee di tendenza specifiche nei bambini a seconda di come la mamma risponde alle loro richieste (vedi box “Stili di art2_htm_m366cc119attaccamento nell’infanzia”). Egli ipotizzò che questa organizzazione iniziale lasciasse poi una sorta di eredità, che racchiuse sotto il nome di Modelli Operativi Interni (MOI). Si tratta di modelli di sé e dell’altro significativo che operano all’interno di una relazione di attaccamento. Mentre i comportamenti di attaccamento possono naturalmente evolvere e anche divenire latenti, i MOI sono ritenuti relativamente stabili nel tempo, tendenti ad autoconfermarsi nelle relazioni via via vissute, pur non potendo essere considerati schemi immutabili (affronteremo più oltre la questione della stabilità dei MOI). I modelli originari formatisi nella prima infanzia operano per lo più al di fuori della coscienza, ma su di essi si appoggiano poi nel tempo altre rappresentazioni coscienti riguardanti il sé, l’altro e la relazione. Queste rappresentazioni avranno un certo grado di coerenza con i modelli inconsci, tanto maggiore quanto più alto è il grado di sicurezza dell’attaccamento.

All’interno dei MOI vi sono quindi modelli (positivi o negativi) di sé e dell’altro significativo, caricati di affettività; alcune ricerche sull’attaccamento adulto nelle relazioni sentimentali hanno portato a concettualizzare questi modelli positivi o negativi come (a) la percezione del sé come degno/non degno di amore, e (b) la percezione dell’altro significativo come disponibile/indisponibile ad amare il sé. Successivamente autori diversi hanno disposto queste rappresentazioni su due assi tra loro ortogonali (vedi schema):art2_htm_3879ff49

1. il livello di ansietà, che misura il grado in cui la persona è tormentata dall’ansia di essere respinta, abbandonata o non amata; è stato proposto di sovrapporre questo asse a modelli di sé positivi (bassa ansietà) o negativi (alta ansietà)

2. il livello di evitamento, che misura il grado in cui la persona limita l’intimità e l’interdipendenza con gli altri; è stato proposto di sovrapporre questo asse a modelli dell’altro positivi (basso evitamento) o negativi (alto evitamento)

Negli studi della Ainsworth si delineavano tre stili principali nell’infanzia, mentre combinando i due assi emergono quattro possibili stili di attaccamento adulto (tra parentesi il corrispondente stile infantile). Vi è infatti uno sdoppiamento verso due forme di stile evitante: il timoroso, contraddistinto da un modello negativo sia di sé che dell’altro, e il distaccato che differisce per il fatto di avere un modello di sé positivo con alta autostima. Si è visto però che la buona considerazione di sé dei Sicuri e dei Distaccati presenta significative differenze nella fonte: per i Sicuri è la sfera personale e affettiva, per i Distaccati prevale invece la sfera delle capacità e dell’autoefficacia.

Se un ipotetico, ideale rappresentante di ciascuna categoria potesse descriversi, pronuncerebbe probabilmente le frasi che seguono, utilizzate in varie forme per i test sullo stile relazionale:

Adulto sicuro: «Trovo facile stabilire relazioni intime con gli altri. Mi sento a mio agio nel dipendere da loro e nel sentire che qualcuno dipende da me. Non mi preoccupa l’idea di essere abbandonato o di non essere accettato dagli altri.»

Adulto preoccupato: «Vorrei instaurare relazioni estremamente intime, ma spesso trovo che gli altri sono riluttanti a stabilire con me l’intimità che desidererei raggiungere. Sto male se non sono in stretto contatto con qualcuno e qualche volta temo che il mio (la mia) partner non mi ami quanto io amo lui (lei).»

Adulto distaccato: «Sto bene senza relazioni emotive strette. È molto importante per me sentirmi indipendente e autosufficiente; preferisco non dipendere dagli altri e che gli altri non dipendano da me.»

Adulto timoroso: «Mi sento a disagio quando mi lego agli altri. Desidero stabilire relazioni intime ma trovo difficile avere completa fiducia negli altri o dover dipendere da loro. Ho paura di soffrire se mi lego troppo agli altri.»

Come si vede, ciascuno stile traccia un modo tipico di stare nelle relazioni sentimentali, inclusa la possibilità che queste vengano evitate in assoluto (dai timorosi) oppure (nei distaccati) si preferiscano quelle rapide e superficiali, tese a evitare l’intimità affettiva e mentale, pur godendo dei piaceri della sessualità; questo aspetto porta alcuni a condotte anche decisamente promiscue. Ciascuno a suo modo, ogni stile mantiene una propria sostanziale coerenza interna; la ricerca ha inoltre enucleato ulteriori particolari categorie che implicano invece forti incoerenze, ad esempio con la compresenza di reazioni logicamente incompatibili. Si tratta di categorie per lo più di applicazione clinica. È ora arrivato il momento di domandarsi come possa essere compreso l’amore adulto alla luce delle ricerche sull’attaccamento.

L’amore… che cos’è?

Concettualizzare l’amore sentimentale adulto è una impresa in cui molti psicologi e psicoanalisti si sono cimentati, e non è certo questa la sede per una rassegna in tal senso. È però necessario esplorare quanto è stato prodotto nell’ambito della ricerca sull’attaccamento adulto per comprendere la natura delle relazioni amorose. Già Bowlby (1982) paragonava la costruzione del legame di attaccamento all’innamoramento. Nel 1987 Hazan e Shaver (in Carli 1995) andarono oltre cercando di individuare alcune specificità non previste dalla teoria dell’attaccamento infantile: prima di tutto l’amore di coppia è una strada a doppio senso, dove ciascun partner può in determinate circostanze divenire bisognoso di rassicurazione, attendendosi che l’altro si prenda cura di lui. In secondo luogo l’amore adulto è sempre accompagnato dall’attrazione sessuale, mentre solo gli psicoanalisti più fantasiosi sostengono che l’attaccamento del bambino alla madre art2_htm_m749437f6sia di natura sessuale. Vi è un certo accordo tra i teorici dell’attaccamento nell’individuare almeno tre nuclei motivazionali nell’amore adulto: sessualità/riproduzione, attaccamento e accudimento. Feeney e Collins (in Rholes e Simpson 2007), sulla base di solide basi empiriche, hanno ulteriormente scomposto il terzo nucleo in due parti: il “porto di salvezza” e la “base sicura”, ovvero, rispettivamente, il fornire sostegno al partner in condizioni di stress, e il fornire appoggio e incoraggiamento al partner per le sue attività di esplorazione, di crescita personale, di perseguimento di mete. Dalle loro ricerche emerge che quando in una coppia questi ruoli sono flessibili e sensibili alle situazioni che via via vengono vissute, i partner sperimentano maggiore stabilità relazionale, maggiore soddisfazione e fiducia, benessere fisico e psicologico; quest’ultima variabile è naturalmente collegata a reazioni meno severe allo stress e a un maggiore senso di autorealizzazione personale.art2_htm_m3698b87e

Non è stata prodotta una teoria unitaria sul modo in cui questi tre sistemi motivazionali si assemblano in ciascun individuo o, per meglio dire, in ciascun individuo coinvolto in una determinata relazione. Un canale di comunicazione che porta dalla sessualità all’attaccamento è però stato individuato chiaramente: se due persone intraprendono una relazione completa e quindi hanno rapporti sessuali, dopo l’orgasmo sia nell’uomo che nella donna si assiste a un massiccio rilascio di ossitocina, un ormone che svolge numerose funzioni in diverse circostanze comportamentali e sociali. In questo caso, come mostrato nella figura sotto, esso genera un iniziale senso di calma e appagamento, associato a sentimenti di fiducia e di vicinanza e al bisogno di abbracci e di contatto, favorendo quindi l’instaurarsi di un legame di attaccamento e di accudimento reciproco. Non è di poco conto il fatto che l’ossitocina sia anche il mediatore dei comportamenti di accudimento verso la prole; essa è però soltanto il più noto e studiato dei vari aspetti fisiologici attivati dall’amore di coppia e che a loro volta ne costituiscono la base organica. S.W. Porges nell’ambito delle sue ricerche sulle complesse funzioni del nervo vago e del tono vagale rispetto al comportamento sociale umano riprende ampiamente il ruolo di ossitocina e vasopressina includendole in un raggio più vasto che interessa molte zone del cervello fino alle parti del tronco cerebrale da cui si diparte il nervo vago. Egli fa notare che l’amore e in particolare la sessualità implicano un funzionamento assolutamente specifico e in certa misura eccezionale del corpo: l’attività sessuale sembra essere l’unico caso in cui a livello del sistema nervoso autonomo si assiste a una attivazione simultanea del simpatico e del parasimpatico, e di quest’ultimo fa parte anche il nervo vago. Un buon livello del tono vagale viene ormai concordemente associato a maggiore resistenza allo stress e in ultima analisi a un maggior benessere generale. È stimolante riportare almeno un recentissimo studio nel quale, a partire dagli studi sul vago, Helm e colleghi (2014) mostrano sperimentalmente come le coppie a più alta soddisfazione reciproca manifestino, quando interagiscono, una sorta di sincronizzazione delle curve del battito cardiaco in funzione del respiro (RSA, Respiratory Sinus Arrhytmia); se consideriamo che la RSA è a sua volta il più fedele indicatore di un buon tono vagale, possiamo comprendere come la comune esperienza che un amore di coppia pieno e soddisfacente sia anche un fattore di salute fisica non sia frutto di superstizione o leggenda, ma inizi a mostrare anche le sue basi organiche, che sono poi le stesse basi che rendono possibile, accanto a strutture più squisitamente cerebrali, il fenomeno dell’attaccamento lungo tutto l’arco di vita.

Abbiamo finora messo a confronto le vicende dell’attaccamento nella primissima infanzia con quanto può essere osservato nell’adulto. Proviamo adesso a integrare tutto ciò in un prospettiva di sviluppo nel tempo.

Esordio sessuale e affettivo in adolescenza

Si pensa di solito che l’esordio sessuale sia omologabile a una tabula rasa sulla quale scrivono la biologia e la cultura. Se però si ha occasione di frequentare preadolescenti, ancora del tutto inesperti, e ascoltarli parlare delle loro primissime relazioni sentimentali, non si può che restare colpiti dall’esatto contrario: l’adolescente si affaccia al mondo della vita sessuata e sentimentale “come se” ne conoscesse già le determinanti fondamentali riguardanti sé stesso/a. C’è chi esordisce dubitando del proprio fascino, della possibilità di essere amato/a, c’è chi invece pare subito sicuro del desiderio altrui, chi si avventa sull’agire sessuato come un goloso in pasticceria, chi centellina, chi si ritrae… non manca talvolta uno smaliziato cinismo che pare tipico di chi ha “vissuto” e invece si manifesta prima delle esperienze e assai spesso le determina ex ante. Alla luce di quanto scritto poc’anzi, non è difficile percepire che i MOI sono all’opera e apportano il loro sostanziale contributo (per quanto non certo da soli!) alla costruzione delle rappresentazioni di sé e dell’altro significativo nell’esordio sessuale-affettivo. L’adolescente si presenta quindi alla sua nuova vita affettiva partendo da una certa, determinata posizione nel riquadro che distingue i Sicuri dai Preoccupati e dai due tipi di Evitanti. È giunto però il momento di domandarsi quale genere di stabilità abbiano nella vita di una persona i MOI sviluppati nella primissima infanzia, e quale grado di sensibilità abbiano nei confronti delle nuove, e spesso assai coinvolgenti esperienze amorose giovanili e adulte.

I Modelli Operativi Interni: stabilità o modificabilità?

Il dibattito su questo tema è straordinariamente ampio e vivo, e sono stati raccolti molti dati e formulate molte ipotesi; data la complessità della questione, è intuibile che nonostante le diverse evidenze accumulate non sia ancora possibile scrivere parole definitive. Riguardo all’amore adulto si possono però enucleare alcuni assunti ragionevolmente supportati dalle ricerche:

  • i Modelli Operativi Interni (MOI) che contraddistinguono un certo stile di attaccamento (adulto o infantile) non sono insiemi rigidi e monolitici, quanto piuttosto reti dinamiche e stratificate di rappresentazioni e motivazioni. All’interno di queste reti alcuni elementi sono più facilmente attivabili mentre altri tendono a restare latenti a meno di particolari sollecitazioni (riprenderemo questo punto più oltre).

  • I MOI prefigurano comportamenti corretti secondo lo scopo, quindi flessibili e sensibili alla condotta del partner della relazione di attaccamento.

  • L’individuo tende a selezionare e a provocare esperienze di relazione che confermano i modelli principali più facilmente accessibili. Esperienze intense di relazione amorosa (sia positive che traumatiche) possono però produrre modificazioni anche rilevanti e persistenti nei MOI.

  • Diversi studi sembrano portarci a pensare che gli attaccamenti precoci non abbiano una forte influenza sullo sviluppo seguente, ma che tale influenza sia piuttosto persistente nel tempo.

Cosa implicano questi assunti per i partner di una relazione amorosa, dal momento che si tratta essenzialmente di una combinazione eterogenea di fattori di stabilità e di cambiamento? Le risposte sono ampie e diversamente supportate da numerose ricerche; vediamole ora in successione nelle varie fasi delle relazioni amorose.

La scelta del partner

La maggior parte degli studi esistenti non fornisce solido supporto all’idea che gli stili di attaccamento (e i MOI che ne derivano) influenzino in modo significativo la scelta del partner per una relazione amorosa. Sembra che su questo aspetto iniziale della relazione agiscano fattori meno specifici ma più visibili come l’attrazione fisica, la gestualità, e infinite altre componenti estremamente eterogenee. Pare invece assodato che i MOI prevalenti di ciascun partner giochino un ruolo rilevante nella durata, nel clima relazionale, nel grado di soddisfazione reciproca dei partner della coppia, come vedremo nel prossimo paragrafo. A partire da questo assunto sembra ragionevole pensare che nel caso di un corteggiamento sufficientemente lungo alcuni aspetti dello stile di ciascun partner potrebbero già contribuire per lo meno a confermare o meno l’intenzione di intraprendere la relazione. Ci dovremmo aspettare che una persona Sicura corteggi in modi differenti, e più flessibili, rispetto ad altri tipi di MOI: ad esempio una persona Preoccupata potrebbe essere vissuta come assillante e intrusiva da molti potenziali partner, mentre una persona Timorosa potrebbe essere vissuta come eccessivamente distante o fredda già dalle prime interazioni. Non disponiamo però di studi specifici che ci confermino che questi aspetti, certamente ben percepibili a livello fenomenologico, giochino poi realmente un ruolo nella scelta del partner. Alcuni studi riportati da G. Attili riferiscono che gli individui Sicuri tendono a essere più efficaci nell’individuare nel potenziale partner segnali di affidabilità e interesse o viceversa di superficialità e disinteresse, orientando quindi naturalmente la loro scelta in funzione di quanto percepiscono nell’altro. Gli individui delle altre tre categorie (Preoccupati, Distaccati e Timorosi) subiscono invece distorsioni nella valutazione dei potenziali partner che sono funzione delle particolarità dei loro MOI: essi tenderanno a privilegiare scelte di partner che confermano la visione di sé e dell’altro presupposta dai propri MOI. Ad esempio, un modello di sé come scarsamente degno di amore (anche se di norma non rappresentato a livello di coscienza) porterà a preferire, paradossalmente, proprio individui realmente poco innamorati o poco capaci di amare, che convalidano quindi questa visione.

Esiste la coppia “vincente”?

La risposta è, prudentemente, affermativa: le coppie costituite da due individui Sicuri, oltre ad essere statisticamente più frequenti, sono anche quelle più felici e durature, grazie a un insieme di fattori:

  • la flessibilità di ruoli nel chiedere o prestare cure e supporto: in funzione delle esperienze via via vissute, ciascun membro della coppia può agevolmente stare nel ruolo di chi chiede conforto o lo fornisce.

  • La capacità degli individui Sicuri di vivere con agio la dipendenza, l’autonomia e il passaggio tra le due condizioni, trovando quindi motivi di benessere sia nella vicinanza che nella lontananza tra i due partner; è quel che abbiamo descritto in precedenza parlando del “porto di salvezza” e della “base sicura”.

  • Stare in coppia implica da un lato la rinuncia di entrambi a una certa quantità di autonomia a favore del contatto reciproco, e dall’altro richiede che tale contatto non sia così assoluto da essere sentito come soffocante: si tratta di necessità contrastanti tra le quali si deve trovare un punto di equilibrio. È in questa ricerca che le coppie di partner Sicuri sanno destreggiarsi meglio.

  • La capacità di esprimere vicendevolmente in modo adeguato le proprie emozioni e di ascoltare quelle espresse dall’altro membro, potendo quindi agire reciprocamente in modo coerente e supportivo.

  • La capacità di risolvere in modo costruttivo i conflitti senza avvertirli come una minaccia, venendosi incontro e negoziando scelte che possano essere soddisfacenti per entrambi.

Anche individui non Sicuri possono formare coppie uniformi: Preoccupati con Preoccupati, Distaccati con Distaccati, Timorosi con Timorosi. Pare che queste associazioni siano poco frequenti e di norma poco stabili, poiché non confermano in modo complementare i rispettivi MOI dei partner. Le coppie di Preoccupati sono contraddistinte da conflitti e scoppi di rabbia, mentre le coppie di Timorosi sembrano avere poche chance di formarsi, per eccessivo ritegno ed esitazione. Qualche possibilità in più si offre alle coppie di Distaccati, che possono trovarsi a loro agio insieme, mantenendo le distanze e un moderato coinvolgimento, senza escludere l’eventualità di piccoli tradimenti che aiutano a evitare il (temuto) consolidarsi del legame.

Merita un discorso a parte l’unione di un individuo Preoccupato con uno Distaccato, che risulta in un certo senso perfettamente complementare, e destinata a durare, pur essendo fondamentalmente infelice. La forma di gran lunga più frequente statisticamente è quella che vede una donna Preoccupata in coppia con un uomo Distaccato. I due partner confermano reciprocamente i rispettivi MOI: la donna si aggrappa, è gelosa e usa la rabbia come deterrente all’allontanarsi dell’uomo, confermando costui nella sua convinzione che non si debba lasciar avvicinare troppo l’altra persona. Inoltre in queste coppie la donna, a fronte dei tentativi falliti di invischiare il compagno, diventa spesso ostile e svalutante, riproducendo la condotta della figura affettiva di cui l’uomo ha fatto esperienza da piccolo. In modo complementare l’uomo conferma la sua partner nella sua convinzione di non essere degna di amore e che gli altri non siano capaci né desiderosi di amarla. Pur non essendo vissuto da nessuno dei due come soddisfacente, tuttavia questo genere di relazione viene assai spesso tenuto in vita tenacemente con il contributo prevalente della donna. Risulta infatti che coppie a ruoli invertiti (donna Distaccata e uomo Preoccupato) non siano altrettanto durature. Per quanto siano necessari ulteriori studi più approfonditi, sembra accertato che uomo e donna siano decisamente diversi nella percezione di soddisfazione/insoddisfazione nella coppia, e diverso il contributo che danno alla sua buona riuscita.

Queste influenze reciproche possono divenire fortemente problematiche negli individui con MOI incoerenti e contraddittori. Queste persone partecipano alla relazione come se si trovassero contemporaneamente in aree diverse del diagramma a quattro riquadri, attivandone via via aspetti diversi e contraddittori; a titolo di esempio, una persona può agire come Preoccupata in una fase della relazione, ma trasformarsi repentinamente in Distaccata, abbandonare il partner, poi tornare Preoccupata e implorarlo di non lasciarla (come dimenticando di averlo lasciato!). In alcuni casi il desiderio stesso di intimità col partner coesiste con la paura della medesima intimità, e, ancora, da questa paura scaturisce una richiesta di vicinanza proprio a quel partner. Come è intuibile, è molto difficile che persone con MOI così oscillanti, contraddittori e disorganizzati riescano a mantenere una relazione nel tempo, sia per le obiettive difficoltà dei loro partner, sia perché esse stesse iniziano a vedere le relazioni come fattori di intollerabile stress. Anche in questo caso, però, può capitare che anche l’altro membro della coppia abbia MOI simili, e entrambi si trovino così avviluppati in una spirale di contraddizioni.

Infine, anche se pare statisticamente poco frequente, non è escluso che individui Sicuri si leghino a un partner Preoccupato, Distaccato o Timoroso. Diversi autori sostengono che unioni del genere abbiano una ricaduta positiva sul membro della coppia non Sicuro, poiché i MOI di quest’ultimo riceverebbero disconferme in positivo, attenuando in parte la forza di modelli interiori pessimistici sul sé, sull’altro e sulle relazioni d’amore. Altri autori ipotizzano anche l’effetto contrario, ovvero che un individuo Sicuro possa essere portato ad agire in modo più simile a un non Sicuro se coinvolto in un legame con un Distaccato o un Preoccupato. Queste considerazioni ci portano a ridefinire in modo più dinamico l’effetto dei MOI sul rapporto di coppia.

Effetti del partner e della coppia

Si assiste a un crescente consenso degli studiosi intorno all’idea che il fatto stesso di vivere una relazione di coppia con una certa specifica persona retro-agisca sui MOI di ciascun membro, rinforzando alcune rappresentazioni e indebolendone altre. Come già anticipato a proposito della stabilità Vs variabilità dei MOI, alcuni autori sembrano ipotizzare che ciascun individuo sia portatore di una (relativa) pluralità di modelli, tra i quali solo alcuni sono immediatamente accessibili e vengono espressi nell’azione nella maggior parte delle occasioni, mentre altri sono meno accessibili, e abbisognano di particolari stimoli di contesto per venire espressi nel comportamento. Questo è congruente con l’esperienza comune: è diffusa l’idea che un individuo abbia un certo “stile” personale che si esprime in molte delle sue relazioni amorose, sia pur non meccanicamente e con relativa variabilità, ma è altrettanto esperienza diffusa che la stessa persona, almeno in una particolare vicenda d’amore, possa agire in modi eccezionali e stupefacenti per sé e per gli amici. Già Bowlby riteneva che una esperienza amorosa di questo genere fosse in grado non solo di far agire l’individuo in modi diversi dai consueti, ma talvolta di spostarne in modo stabile gli equilibri interni, plasmandone i MOI. Non sembra però possibile, allo stato attuale delle conoscenze, predire quale direzione possa prendere il cambiamento, e quale sarà il grado di stabilità che esso assumerà in futuro.

Resta il fatto basilare che in una coppia ciascun membro porta la propria storia di attaccamento, dai MOI costituitisi e stratificatisi nell’infanzia fino alle trasformazioni dovute alle vicende amorose adolescenziali e adulte; questa storia però, ben lungi dall’essere uno schema di azione rigido, si declina in un contesto, quello della specifica coppia, all’interno della quale si sommano effetti del partner e effetti della coppia. I primi riguardano l’effetto sulla persona A dell’essere legata alla persona B. Vi è un certo consenso su due punti:

  • la complementarità: un individuo che ha un legame con una persona con MOI di tipo Distaccato tenderà a comportarsi in modo più Preoccupato del solito, convalidando, almeno in questo caso, il detto popolare che “in amore vince chi fugge”. Viceversa, in un legame con un partner Preoccupato l’individuo tenderà a comportarsi in modi più congrui con MOI Distaccati.

  • Mentre la complementarità tende a bloccare l’evoluzione, viene evidenziato come lo stile Sicuro di stare in coppia possa con buone probabilità avere effetti dinamici per lo più positivi anche su partner non Sicuri. Abbiamo già accennato al fatto che lo “stile” Sicuro di stare in coppia, più trasparente, coerente, capace di espressività e di ascolto emotivo, crea opportunità per il partner non Sicuro di assimilare disconferme (in positivo) dei propri pessimistici modelli interiori del sé, dell’altro e delle relazioni d’amore.

Gli effetti di coppia tengono conto di un doppio rapporto di influenza: abbiamo finora previsto semplicemente che il partner A attualizzi determinati MOI in risposta al modo in cui fa esperienza dell’agire del partner B, come se ciò fosse un dato statico; in realtà a sua volta il partner B attualizza specifici MOI in risposta al modo in cui fa esperienza dell’agire del partner A! Si vengono così a creare condizioni di reciprocità che possono, a seconda dei casi, esasperare o moderare determinate tendenze di ciascun individuo ad agire nella coppia secondo certi suoi MOI dominanti. Non vi sono ancora studi definitivi sul modo in cui i MOI dominanti di ciascun membro della coppia interagiscono con i MOI risultanti dagli effetti di coppia; alcuni ritengono vi sia una certa autonomia tra i due ambiti, altri che vi siano rilevanti influenze articolate secondo diversi modelli ipotetici. Le ricerche generali sulla persistenza e la pluralità dei MOI nell’arco di vita suggerisce che il modo in cui lo stile originario di attaccamento di una persona influisce sul modo di porsi in una determinata coppia con un determinato partner non segua un unico modello statico, ma dipenda dalla natura e dalla forza emotiva con cui i MOI dominanti agiscono e dal modo in cui i MOI del partner si combinano con essi. Questo potrebbe contribuire a dare un significato meglio spiegabile all’esperienza comune sulle relazioni amorose: le vicende biografiche di alcune persone sembrano davvero riprodurre quella che Freud chiamava “coazione a ripetere”, con rapporti di coppia che iniziano, si sviluppano e finiscono in modi talvolta sorprendentemente simili, e a dispetto degli sforzi del soggetto di cambiare, ma questa non è affatto una regola totalizzante, poiché altre biografie contengono invece cambi di scenario anche rilevanti, nei quali ogni storia amorosa ha caratteristiche e sviluppi propri e non sovrapponibili a quelli delle altre. Nessun determinismo rigido, quindi, nessun destino preordinato all’origine sembra essere sorretto dagli studi finora condotti, semmai linee di tendenza, influenze anche di lungo termine e finanche prevedibili, ma sempre aperte alle contingenze della vicenda attuale e presente vissuta dai soggetti.

Si potrebbe quindi concludere che non solo le vicende infantili del rapporto con le figure di attaccamento, ma anche la coppia adulta (e già quella adolescenziale) costituiscono un contesto/sistema relazionale contraddistinto da maggiore o minore sicurezza percepita, a prescindere dai MOI dei due membri. Nel testo di Rholes e Simpson una rassegna di studi porta ad affermare che la sicurezza percepita nella coppia dipende dal fatto che ciascun membro, sulla base di prove esperienziali e di percezioni soggettive, senta come vere affermazioni di questo tenore:

  • il mio partner mi ama

  • il mio partner mi conosce e mi apprezza per quello che realmente io sono

  • il mio partner desidera essere disponibile e affettuoso verso di me

  • il mio partner è una persona buona, responsiva e capace di soddisfare i miei bisogni.

Nella misura in cui alcune o tutte le affermazioni precedenti sono avvertite come dubbie o false, la sicurezza percepita dai partner diminuisce o si annulla. Questa percezione di insicurezza della coppia, di per sé, è comune a qualunque partner con qualsivoglia MOI; sempre più ricerche evidenziano però che i MOI condizionano sia la percezione di sicurezza (esagerandola o attenuandola) sia la reazione emotiva e di comportamento di un determinato individuo.

La dipendenza affettiva: malattia o risorsa?

Quasi al termine della sua trilogia Attaccamento e perdita, Bowlby scrive: “L’attaccamento intimo agli esseri umani è il perno attorno al quale ruota la vita di una persona, non solo nell’infanzia e nella fanciullezza, ma per tutta l’adolescenza e negli anni della maturità, e anche nella vecchiaia. È da questi attaccamenti intimi che l’individuo trae la sua forza e la sua voglia di vivere, con cui contribuisce a sostenere e gratificare i suoi simili.” In conseguenza di questa visione, la dipendenza è considerata un aspetto intrinseco dell’essere umano e non più come un tratto infantile di cui ci liberiamo crescendo. In questa ottica la completa indipendenza è una chimera, e l’iperdipendenza un concetto vago e mal delineato. La teoria dell’attaccamento conosce solo una dipendenza efficace o inefficace: mentre la prima favorisce l’autonomia e la fiducia in sé attraverso il riconoscimento dell’interdipendenza tra persone, la seconda si limita coercitivamente a restringere lo spazio di autonomia personale e a produrre sentimenti penosi di disistima di sé e di solitudine. Spesso l’inseguimento della chimera della assoluta indipendenza è figlio proprio di una dipendenza inefficace e/o rifiutata.

Queste concezioni, espresse da Bowlby originariamente quasi quarant’anni fa, e riprese e sviluppate da molti altri, non sono divenute parte del sentire comune nella civiltà occidentale: già pochi anni dopo l’autore stesso evidenziava una cultura della patologizzazione della dipendenza. Non possiamo ignorare che gli individui vivono all’interno di una cultura che agisce sulle rappresentazioni di sé e dell’altro, e alcune storture e disagi della modernità possono discendere proprio da questa patologizzazione.

Modelli Operativi nella società e nella cultura

Nella misura in cui i MOI sono rappresentazioni dinamiche dell’individuo, degli altri, e delle relazioni, non è troppo azzardato affermare che anche la cultura di un popolo o una società contiene rappresentazioni del genere, e le diffonde nei suoi mezzi di comunicazione di massa e non; dunque potremmo dire che vi sono dei prototipi di MOI di origine culturale che contribuiscono al processo di adattamento degli individui a sé stessi e agli altri, favorendo certuni e limitando altri. Per attenerci soltanto alle visioni dell’amore adulto, sembra chiaro che l’indipendenza individuale in occidente è ampiamente sopravvalutata, presupponendo mete di autosufficienza irraggiungibili all’essere umano. Il legame è più spesso visto come limitante, a favore di una indefinita, ludica partecipazione a rapporti di coppia disinteressati o a bassa intensità. Non sarebbe quindi casuale che, come è stato affermato da G. Pietropolli Charmet, i nuovi adolescenti vedano nell’innamoramento una sorta di malattia, e che si sforzino attivamente di non contrarla.

Il cinema e la TV rappresentano nelle loro narrazioni per immagini diverse tipologie di amore: per quanto sia davvero arduo farne una statistica attendibile, si può prudentemente affermare che nelle fiction più diffuse troviamo una certa quota di coppie sicure, sovrastata da una pletora di legami tormentati, tipici degli individui Preoccupati. I comportamenti dell’altra metà del nostro schema iniziale, i Distaccati e i Timorosi, sono in generale poco rappresentati, salvo forse per una versione semplicistica, promiscua, vincente e culturalmente desiderabile del Distaccato in veste di seduttore seriale (al maschile e anche al femminile, per quanto più rara). Pur esistendo altri tipi di soggetti non Sicuri, essi sono davvero poco rappresentati nel cinema e nella fiction televisiva; per la loro pregiata rarità meritano una citazione almeno il classico Un cuore in inverno (1992) e il recente Emotivi anonimi (2011). Il primo dipinge con calligrafica precisione un individuo assimilabile al modello Distaccato, ma con forti elementi Timorosi, ben rappresentato nel dialogo in cui dice a una donna: «Devo dirti la verità. È vero che ho pensato di sedurti, ma non per amore, per gioco! … deciso a tavolino… tu non capisci. Parli di sentimenti che non provo, che non esistono, ai quali non ho accesso. Io non ti amo.» Emotivi anonimi descrive invece con leggerezza e brio la vicenda d’amore miracolosamente riuscita tra un uomo e una donna ben assimilabili al modello Timoroso, ma pieni di desiderio, a differenza dell’algido liutaio del primo film citato.

Implicazioni in ambito terapeutico degli studi sull’attaccamento adulto

Come già illustrato più ampiamente nel paragrafo “Esiste la coppia vincente?”, i mattoni portanti di un legame sicuro sono in ultima analisi la vicendevole accessibilità e responsività emotiva tra i partner, ovvero la capacità di ricevere e accogliere i segnali emotivi dell’altro e di rispondervi in modo soddisfacente. La gamma delle emozioni non si riduce a richieste di sostegno e aiuto (porto di salvezza) né a quelle di Base sicura, ma spazia in tutti gli ambiti vitali. Tra queste emozioni giocano un ruolo chiave, come è intuibile, quelle legate alla sessualità in tutte le sue manifestazioni.

La teoria dell’attaccamento predice anche i più probabili eventi causati dai fallimenti dei presupposti tipici delle coppie sicure, eventi che abbiamo già esaminato precedentemente: la protesta/richiesta con accuse rabbiose e il complementare ritiro/disimpegno emotivo del partner, uniti a vari gradi di deformazione nella percezione dei comportamenti dell’altro, interpretati come minaccia (o abbandono) anche quando non lo sono, o non riconosciuti come richieste di supporto e aiuto. Le ricerche confermano che il ciclo di richieste rabbiose seguite dal distanziamento difensivo dell’altro predice in modo accurato il divorzio. Che può fare allora il terapeuta che voglia applicare quanto esposto finora? La terapia di coppia focalizzata sulle emozioni (EFT) è un approccio empiricamente validato che utilizza la teoria dell’attaccamento per comprendere le esigenze e le emozioni dei partner. EFT è riconosciuto come uno degli approcci più efficaci in questo ambito (Dalgleish et al. 2014). In questo approccio la coppia viene aiutata a “tradurre” in modo costruttivo nei termini dell’attaccamento tutti i messaggi mal compresi, deformati o ignorati che hanno portato alla crisi. In sintesi, la EFT inizia mettendo in evidenza i cicli negativi di rabbia e evitamento, riformulandoli in termini di tentativi (mal diretti) di consolidare la relazione; successivamente si procede a coinvolgere nuovamente il partner disimpegnato, mettendo in primo piano anche tutto il correlato di impotenza e inadeguatezza che sta dietro questo ritiro. Viene rimarcato che l’evitamento, lungi dall’essere un abbandono o un disamore, è piuttosto un disperato tentativo di un partner di proteggersi dagli attacchi dell’altro, vissuti come schiaccianti e svalutanti. La terza fase prevede di lavorare proprio su questi attacchi, non solo evidenziandone il significato di richieste di vicinanza, ma anche attenuandone la forza distruttiva. Qui viene fatto emergere il correlato di disperata solitudine e di impotenza a coinvolgere e far avvicinare il partner che sta dietro le richieste rabbiose. In ultima analisi quindi la EFT opera introducendo elementi di sicurezza all’interno di una coppia che ha sperimentato elevati livelli di insicurezza.

(Parliamo di questo tema anche in quattro bellissimi video)

Bibliografia

Attili G., Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente, Raffaello Cortina, Milano 2007

Bowlby J., Attaccamento e perdita Vol. 3, La perdita della madre, (I ediz. 1980), Boringhieri, Torino 2000

Dalgleish T.L., Johnson S.M., Burgess Moser M., Lafontaine M.F., Wiebe S.A., Tasca G.A., Predicting Change in Marital Satisfaction Throughout Emotionally Focused Couple Therapy, J Marital Fam Ther. 2014 Jun 9.

Helm J.L., Sbarra D.A., Ferrer E., Coregulation of respiratory sinus arrhythmia in adult romantic partners, Emotion 2014 Jun;14(3):522-31.

Carli L., (a cura di), Attaccamento e rapporto di coppia, Raffaello Cortina, Milano 1995

Pietropolli Charmet G., I nuovi adolescenti, Raffaello Cortina, Milano 2000

Porges S.W., The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-regulation , W. W. Norton & Company, New York – London 2011

Rholes W.S., Simpson J. A., (a cura di), Teoria e ricerca nell’attaccamento adulto, Raffaello Cortina, Milano 2007

Franco Nanni, psicologo clinico, opera in contesti scolastici e di counseling familiare e genitoriale nella provincia di Bologna. È tra i fondatori dell’Associazione SOS-Crescere che si occupa di età evolutiva e genitorialità in un’ottica di attaccamento.

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