Mese: Dicembre 2019

  • Genitori nella scuola: rompiscatole o cittadini?

    Da diverso tempo ormai si assiste a una crescente e generalizzata insofferenza per la presenza dei genitori nella scuola. Si sono ad arte enfatizzati episodi di intrusioni e aggressioni (in definitiva estremamente minoritari) per legittimare la malcelata voglia di espellere i genitori dalla scuola. È stato osservato criticamente che la scuola ha trasformato i genitori in clienti ai quali si deve dare sempre ragione. Il messaggio che tende a passare sempre di più è che i genitori dovrebbero starsene alla larga perché a scuola si lavora e il lavoro che avviene a scuola riguarda soltanto la scuola. E invece no, assolutamente no: quello che avviene dentro la scuola riguarda tutti, genitori, nonni, cittadini e Stato, ci riguarda tutti perché lì nascono nel bene e (oggi soprattutto) nel male i cittadini di domani. Ritengo che questa tendenza ormai consolidata sia uno dei segnali del decadimento progressivo (e temo irreversibile) della nostra società.

    Forse giova ricordare che i genitori, nella scuola, ci sono entrati da cittadini grazie ai cosiddetti decreti delegati della scuola emanati nella prima metà degli anni settanta. Lo spirito era quello di dare alla scuola i caratteri di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica (art. 5 L. 477/73) nell’ottica di una effettiva attuazione dei principi della costituzione della Repubblica Italiana concernente la scuola statale italiana.

    Non suoni denigratorio o ridicolo ma il messaggio che voglio leggere nello spirito delle leggi di quell’epoca era che la scuola fosse una cosa troppo seria, troppo importante e centrale nella vita di uno Stato per essere demandata soltanto agli insegnanti.

    Se è vero, come tanti fingono di dimenticare, che lo scopo della scuola è prendere a prestito dei piccoli bambini e restituire alla società uomini e donne dotati di capacità di pensiero e di critica, diviene chiaro che con i decreti delegati i genitori entrarono nella scuola non da rompiscatole ma da titolari di un diritto di partecipazione a quel nucleo delicatissimo e fondamentale di una società che è la scuola. 

    La voglia di espellere i genitori da quel luogo è a mio parere parte di una tendenza più vasta, purtroppo ben evidenziata dall’ultimo rapporto Censis, una diffusa voglia di autoritarismo, antidemocratica, sbrigativa e cinica. La trasformazione dei genitori in clienti rappresenta un problema reale, ma è figlio di una aziendalizzazione della scuola di ben altra provenienza. Siamo tutti purtroppo ben consapevoli dello svuotamento di senso subito dagli organi collegiali della scuola così come da altre istituzioni della Repubblica come il Parlamento, argomento vastissimo su cui qui taccio. 

    Su una cosa però non posso tacere: i genitori nella scuola dovrebbero sentirsi non a casa in pantofole, ma nella piazza del mondo, della società e della cittadinanza, dunque esistono pretesti ma non ragioni serie per vagheggiare la loro espulsione. Non posso tacere sul fatto che questa espulsione è parte di un mosaico molto più grande che ci racconta il degrado marcescente delle democrazie occidentali così come il secondo dopoguerra le aveva pensate.

  • Il forum dei polli e la voce del padrone

    Il forum dei polli e la voce del padrone

    I test OCSE PISA sulla capacità di comprensione dei testi da parte dei quindicenni hanno suscitato reazioni su vari fronti, ma c’è un totem che nessuno ha osato toccare: la credibilità dei test impiegati per sancire la superiorità o inferiorità di questa o quella capacità negli studenti italiani e non. Eppure la follia si nasconde proprio lì dove nessuno guarda.

    Ho esaminato con sconcerto e stupore la prova di italiano i cui testi di partenza sono: un forum sui polli, un blog sulle pietre dell’isola di Pasqua e alcuni siti web sul latte vaccino. Se il contesto fosse una prova per la selezione del personale non avrei nulla da dire, il test è ben strutturato, ma somministrato a dei quindicenni assume un aspetto surreale: esso va a interpellare i ragazzi su argomenti dei quali, per dirla nel loro linguaggio, non gliene può fregare di meno. Non sembra, ma questa scelta metodologica contiene tanta ideologia nascosta nelle pieghe del velluto, il velluto del guanto che ricopre il pugno di ferro del potere. Qui si finge che la capacità di decodificare un testo sia una sorta di abilità che si esplica nel vuoto, opera di un cervello disincarnato, bionico, più simile a un processore digitale che a un essere vivente e pensante. Lo studente è visto come una trivial machine che macina dati, non importa quali, dentro una camera oscura.

    Non viene in mente a nessuno che l’essere umano abbia invece un cervello incarnato fatto di passione, interessi e volontà di sapere che si attiva verso oggetti che muovono emozioni e impulsi.

    Ad esempio, tra quegli stessi quindicenni ci sono tanti smanettoni che, pur fallimentari sui polli, visti solo al supermarket, sarebbero in grado di decodificare un complicato forum su come configurare app e computer, tanto da lasciare di sasso gli stessi estensori del test PISA. Invece no: noi li misuriamo su cose di cui non gliene frega niente perché questo sarà il loro mondo del lavoro: dovranno essere capaci di decodificare cose irrilevanti per scopi irrilevanti decisi da altri, in un contesto dove vince chi è in grado di motivarsi a comando: una trivial machine, appunto. 

    Non finisce qui: la scelta dei tre testi rappresenta in filigrana tutta una antropologia, quella dell’Homo Consumens: acquirente di aspirina da somministrare alla gallina, turista, consumatore di latte… tutte cose importanti, per carità, ma colpisce la loro unidimensionalità che sembra avere come modello un essere umano che cammina in eterno tra corsie di supermercato intento a scegliere qualcosa da mettere nel carrello.

    Ma la struttura ideologica di gran lunga più deviante e pervasiva sta in questa idea surreale: mettere un essere umano davanti a un monitor nel quale decodifica simboli e immagini mentre col dito seleziona alcune opzioni da un menù a risposta multipla, e poter pensare che così facendo avremo una idea credibile, esauriente e generalizzabile di qualsivoglia capacità di quell’essere umano. Ci siamo così abituati a questa follia che non ci facciamo più nemmeno caso: abbiamo la sensazione del tutto erronea che dopo aver utilizzato questa metodologia sapremo qualcosa di ciò che i nostri studenti sanno fare con la lingua italiana, con le loro mani, con i loro corpi e con i loro cervelli. Se non fosse ideologia, sarebbe psichiatria.