Mese: Ottobre 2023

  • La pesca, la bambina e il negazionismo psicologico

    La pesca, la bambina e il negazionismo psicologico

    A settembre 2023 una nota catena della grande distribuzione mette in onda uno spot, con protagonista una pesca e una bambina i cui genitori sono separati. Lo spot ha evidentemente colto un punto sensibile, facendo parlare di sé a livelli impensabili per un… supermercato, sia a favore che contro. Una campagna centrata, indubbiamente. Sul versante dei commenti, al contrario, si dice un po’ di tutto, mescolando piani, contesti e logiche. Una pena, per la mia sensibilità. Mi ero proposto di criticare i commentatori (pro e contro) ma strada facendo è emersa una questione di grande rilievo. Provo a procedere con ordine.

    Criticare la pubblicità? Siamo seri.

    Io la pubblicità la “consulto” per quello che è: sono ricerche motivazionali (si fanno, con metodi via via evoluti, da almeno un secolo) sulla popolazione target del prodotto. È una specie di libro di psico-sociologia applicata, e se funziona vuol dire che il libro è ben scritto. Dunque la pubblicità è una sorta di specchio organizzato della società. Serve per vendere, ma di questo dirò dopo.

    Trovo che criticare la pubblicità sia cretino, e ancor più cretino fare le pulci a quanti stereotipi contiene: se rispecchia la società li deve contenere, ovviamente… nella foto di un bosco ci sono degli alberi, che altro? E anche arrabbiarsi perché ci sono, che so, più larici che querce, mi sembra un esercizio sciocco.

    Semmai, una domanda interessante da porsi riguarderebbe gli effetti a lungo termine di questa reintroduzione massiva di rappresentazioni sociali caricate sui media allo scopo di modificare gli assetti motivazionali della popolazione. Solo gli sciocchi possono credere che un singolo spot abbia una potenzialità dannosa di qualche entità: nessuno invece sembra chiedersi cosa sia accaduto alle società occidentali interessate da questo costante e massiccio rispecchiamento di desideri, emozioni, rappresentazioni, motivazioni e stereotipi, per di più uno specchio deformante perché destinato a incrementare le vendite di beni e servizi, inclusi i farmaci e gli alcolici…

    Se proprio un “intellettuale” vuol criticare qualcosa, consiglierei la società o meglio, all’antica, il sistema di produzione. Proprio quel sistema che ha voluto (e pagato) psicologi e sociologi desiderosi di arricchirsi per fare che cosa? Lo diceva già J.B.Watson: fornire strumenti e strategie a politici e industria per far funzionare le cose (e le persone) a loro vantaggio. Una esplicita dichiarazione di complicità. Siamo nel 1913. Un secolo dopo ancora non abbiamo capito? La pubblicità è nociva (sì, lo è) e lo è tutta nella misura in cui titilla i centri nervosi della ricompensa e della motivazione, dunque è la sua forma ad essere nociva, non il suo contenuto. 

    Il negazionismo psicologico

    Ciò premesso, mi permetto di affrontare per qualche riga anche il contenuto dello spot “di cui tutti parlano”. Il punto nodale di ogni discorso sulla crisi della famiglia e del legame umano nell‘occidente di oggi va cercato in quel crogiuolo di neoliberismo, tecnologie e seduzione pubblicitaria al godimento che alimenta il batterio implacabile che corrode la capacità degli umani di creare legami, mantenerli, e generare nuovi individui capaci di fare altrettanto. Quando sento frasi come “oggi i genitori sono diventati più egoisti” mi vengono i brividi. Non lo sono diventati, è che sono intessuti nella rete di quel crogiolo. Forse dobbiamo cominciare a parlare di negazionismo psicologico, oltre che climatico. Cosa è? Attribuire a cause psicologiche interne malesseri che derivano invece da condizioni imposte dal sistema di produzione in una qualunque delle sue articolazioni.Malesseri, dunque, potenzialmente evitabili.

    Criticare questo sistema, in effetti, è un po’ più costoso se si vuol rimanere amici di chi conta e può pagare bene. Svoltare rispetto a questa crisi richiede risposte lunghe e complesse che, stante il sistema di produzione e potere attuale, non verranno nemmeno cercate. Forse ne verranno trovate alcune di facciata buone per le prossime elezioni. E gli intellettuali di grido, psichiatri, psicologi, sociologi, tuttologi… Si occupano di riparare alla meglio i danni del sistema (a spese delle vittime) rischiando, per buona fede o mala attenzione, di alimentare il negazionismo psicologico. 

    «L’auspicio è che un vizio fondamentale della nostra politica economica possa essere superato senza affrontare nessuna questione politica o economica. Molto spesso, la psicologia è il modo in cui le società evitano di guardarsi allo specchio.»

    W. Davies, L’industria della felicità

    Il malessere psichico è un fenomeno variabile, multifattoriale e a causalità circolare, dunque non è possibile stabilire nessi come “la condizione A causa il disagio psichico B”. Il sistema di produzione è anch’esso di natura simile (multifattoriale e a causalità circolare) e agisce dunque come un moltiplicatore di vulnerabilità. Tuttavia in singole vicende riusciamo a dipanare almeno in parte i grovigli causali, abbastanza da poter dire talvolta al paziente che la “via” certe volte passa per l’azione collettiva di trasformazione politica/economica, e che medicalizzare quel malessere psichico significa negare quella via. È negazionismo psicologico.

  • Natura morta con Curriculum

    Natura morta con Curriculum

    Mi capita talvolta di leggere dei curriculum di giovani laureati. Ho osservato le cose che ci sono, ma assai di più quelle che non ci sono. Cominciamo dalla forma: da anni e anni nessuno osa più presentare CV che non siano “europass”, formato concepito per una altissima standardizzazione dei contenuti, tra cui spicca naturalmente la formazione: lauree, master, e così via. La loro elencazione regala la sensazione di un’esposizione di artiglieria, quasi si dovesse affrontare armati un mondo ostile.

    Nei curriculum si riportano sempre i libri che il soggetto ha scritto, ma mai quelli che ha letto, men che meno quelli su cui ha studiato, sofferto, pianto o riso. Eppure questi sono quasi sempre più importanti di quelli che ha scritto; questi ultimi, salvo eccezioni, sono per lo più un povero prodotto del narcisismo, i libri letti e studiati, invece, germogliano fino a fare la differenza.

    In un CV stanno scritte le esperienze di lavoro, ci mancherebbe, ma non ci sono i pensieri che si sono creati per esse, non ci sono le riflessioni, tanto meno le amarezze e le soddisfazioni. Non ci sono gli ostacoli superati né quelli evitati. Non ci sono le sconfitte né i fallimenti, figuriamoci le delusioni.

    In un CV occorre parlare della persona che si è; certo, non è facile, ma il “format” costringe a farlo. Il risultato è quasi sempre patetico, una cosa che somiglia tristemente ai testi melliflui che leggiamo sulle confezioni dei bagni schiuma o delle creme idratanti.

    Nei CV mancano le persone importanti che si sono incontrate. Ognuno ne ha almeno una. Nel corso della mia vita di studio ho incontrato diverse persone speciali alle quali devo quasi tutto. Il maestro elementare, che mi ha lasciato il suo spirito esplorativo e giocoso, e una immensa fiducia nelle possibilità dell’intelletto umano (una fiducia che più volte negli ultimi anni in me ha assai vacillato… ). Ne ho incontrati altri, nel tempo, e avevano tutti in comune una caratteristica: in loro era rimasto vivo qualcosa dello spirito originario dei bambini; erano curiosi, liberi, divergenti e attratti da ciò che non conoscevano. Dotati, anche, di quel rigore particolare che hanno i bambini quando giocano. Io lo ero un po’, essendo un bambino, ma devo a questi incontri la fortuna di aver apprezzato queste doti, e spero anche di averle tenute vive. Erano persone assai diverse tra loro, ma accomunate dalla gioia di mostrare agli altri vie percorribili, metodi ingegnosi e originali, ed erano forse anche accomunati da un senso di sfida curiosa di fronte all’errore, che li spingeva a cercare di capire in che modo si fosse ragionato per arrivare a quell’errore. Senza quelle persone io sarei diverso, ma nel mio CV di costoro non v’è traccia.

    Nei CV si pone molta attenzione alle “capacità e competenze”, che lo scrivente autocertifica senza timore, scegliendo tra quelle più socialmente desiderabili: tra le più tipiche il saper lavorare in team, o saper scrivere e/o leggere inglese o altre lingue, naturalmente a livello “ottimo”. Poco importa, se poi si lavorerà quasi sempre da soli parlando italiano; in alcune realtà servirebbe forse saper parlare e comprendere i dialetti, ma non troveremo mai nessuno che dichiari di avere un livello “ottimo” nei dialetti salentini o del bresciano. Per lavorare in un reparto psichiatria d’urgenza il napoletano o magari il veneto, e certamente l’arabo, non servono più spesso che l’inglese? 

    Che altro manca, nei CV? La storia della persona: se abbia amato e come, se sia stata amata e da chi, se abbia avuto una madre premurosa o trascurante. Se abbia conosciuto l’estasi del sesso e dell’amore, se sia diventato genitore e che esperienza ne abbia ricavato. Se abbia visto morire una persona. Se abbia visto nascere un bambino. Se abbia tenuto in braccio un neonato, e se lo abbia fatto per ore, di notte, da solo. Se abbia fissato a lungo un gatto negli occhi e se abbia imparato a difendersi dai suoi graffi. Come tante altre cose, i curriculum sono un prodotto del loro tempo. E il nostro è evidentemente un tempo triste.

    (Scritto originariamente nel 2015, totalmente rivisto e ampliato nel 2023)