Mese: Gennaio 2024

  • Docenti e genitori, Pubblici Ministeri e avvocati difensori?

    E… se la smettessimo?

    Ci sono relazioni umane che si alimentano soprattutto nella frequentazione fisica faccia a faccia dei partecipanti. La relazione tra docenti e genitori vive al contrario in una dimensione in cui il rapporto vis à vis è quasi sempre del tutto episodico: ciascuno è libero di immaginare l’altro con narrazioni e aspettative molto personali. 

    Il genitore immaginato

    Cominciamo dunque dal domandarci: chi è il genitore narrato dalla mente del docente? L’insegnante, schiacciato da condizioni di lavoro sempre più complesse, dedica ai genitori una grande aspettativa, quella di una loro stretta, assoluta collaborazione che possa alleviare lo stress e la fatica. “Collaborazione” si traduce spesso in totale adesione ai valori e desiderata del docente, assai meno in cooperazione paritaria. Una aspettativa così grande va incontro a inevitabili delusioni, ma, se non sono troppe, è ancora possibile che docenti e genitori collaborino a partire dai rispettivi ruoli per una buona maturazione dei loro figli e alunni. Non è raro però che il docente si senta del tutto solo e inascoltato: ecco che allora i genitori vengono da lui immaginati come i “mandanti morali” delle malefatte dei figli, la causa primaria delle manchevolezze dei bambini, oppure pigri nullafacenti che lasciano i figli senza regole né disciplina. A volte vengono descritti come “sindacalisti” o “avvocati difensori” dei propri figli. Che ciò abbia o meno una corrispondenza con la realtà, questa forma del discorso racconta una relazione con i genitori intesa come conflitto o addirittura come aula di tribunale. In quest’aula ad essere sotto accusa sono per lo più i genitori, e la relazione in absentia si traduce in un processo in contumacia dove il docente, o addirittura la scuola stessa assume il ruolo di Pubblico Ministero. Per quanto ciò avvenga nella buona fede del superiore interesse dei minori, è bene ricordare che costoro ricavano da questi processi nulla più che ulteriori tensioni, e le relazioni scuola-famiglia divengono ancora più difficili. Il frequente ricorso ad avvocati da parte della famiglia è forse un triste sintomo di questa tendenza.

    Il docente immaginato

    Come è rappresentato il docente nelle narrazioni personali dei genitori? La maestra, specialmente per i più piccoli, può essere sentita da mamme e papà come un improprio sostituto di sé, che vive tanto tempo con il loro bambino, un tempo che sentono negato a sé per gli orari lavoro o per altre ragioni, provando così un misto di invidia e rivalità. Quando i figli sono più grandi l’insegnante pone maggiori richieste cognitive, e può assumere aspetti persecutori, quasi vampireschi, o viceversa venire idealizzato, a seconda del mondo emotivo dei genitori con cui si confronta. Il docente dovrebbe considerare naturali tutti questi vissuti, riconoscendoli con empatia e mostrando cura e attenzione per le preoccupazioni genitoriali: riceverà da loro più rispetto e considerazione.

    Il docente “eroe solitario”

    Vedo sempre più spesso insegnanti che parlano e agiscono come se fossero in una roccaforte sotto assedio, oppure su una zattera tra i flutti, investiti del ruolo eroico di difendere un pugno di valori minacciati dall’estinzione, raccolti intorno a qualche parola d’ordine: studio, cultura, regole, disciplina, rispetto, e così via. Quando è dominato da questo genere di narrazioni il docente rischia di mettere in atto modalità relazionali e stili di pensiero reattivi che portano ad agiti impulsivi; ne è un tipico esempio quello di riferire senza filtro ogni giorno al genitore le “malefatte” del figlio di fronte al bambino stesso. Si tratta di modalità di azione prevalentemente difensive e rigide su cui è bene vigilare poiché nuocciono alla qualità del rapporto con le famiglie e aumentano il rischio di stress e burnout. 

    “A casa non lo fa”

    Se il docente denuncia un determinato comportamento problematico dell’alunno, accade di frequente che i genitori rispondano “a casa non lo fa” oppure “con noi è bravissimo”. Per lo psicologo la cosa non è sorprendente, poiché il bambino, essere fortemente contestuale, manifesta normalmente comportamenti diversi e divergenti nei vari contesti di vita. Se anche il docente partisse da questo assunto, potrebbe motivare il genitore a considerare credibili le sue osservazioni, rassicurandolo anche sul fatto che non è in discussione il suo operato. Da qui può partire una autentica cooperazione per comprendere quali aspetti favoriscano nel bambino una condotta piuttosto che l’altra.

    Promuovere buone relazioni

    Quali possono essere dunque le azioni preventive per contenere il peso delle tante narrazioni reciproche? Iniziare ogni nuovo anno con un incontro non troppo formale dove famiglie e insegnanti possono parlarsi è già un primo passo, purché non si limiti a una mera enunciazione di doveri, richieste e obblighi. Anche in corso d’anno è opportuno curare soprattutto i contatti diretti e verbali con i genitori, possibilmente faccia a faccia, limitando allo stretto necessario le comunicazioni unidirezionali (lettere prestampate, avvisi, circolari ecc), a favore di comunicazioni bidirezionali ad alta reciprocità: il genitore si sentirà tanto più motivato a una reale collaborazione con il docente se avvertirà verso di sé un atteggiamento di ascolto e di attenzione. 

    Articolo originariamente pubblicato sui rivista cartacea del gruppo Giunti.

  • Alunni fragili, ma non serve incolpare i genitori

    La maestra Anna siede nella mensa vuota davanti a una pila di quaderni. Ha ancora negli occhi lo sguardo piangente di una bambina che, di fronte a una piccola difficoltà per un errore commesso, è sprofondata in uno stato di apparente disperazione. Episodi analoghi accadono di frequente in classe, trasmettendole l’idea di una diffusa e irrimediabile fragilità. Immagino di entrare nel grande stanzone e di sapere già a cosa sta pensando: 

    – Ciao Anna, il pianto di quell’alunna ti ha turbato parecchio, vedo.

    – Al pianto so porre rimedio: l’ho consolata e lei ha ripreso a lavorare. Mi turba assistere ai crolli di questi bambini di cristallo che vanno in frantumi al minimo urto causato da un errore, una difficoltà o una piccola frustrazione. È questo che mi irrita tanto. Loro piangono, si rattristano, e io mi sento ribollire di rabbia. Poi mi calmo, ma mi rimane dentro questa sensazione brutta.

    – Ma esattamente che sensazione è? 

    Inizialmente sento in quegli sguardi un’accusa contro di me, come se dicessero: sei cattiva, troppo esigente, inflessibile, hai fatto piangere un essere fragile e innocente. Poi però tutto si trasforma e la mia rabbia si rivolge verso tutti i genitori, perché è a causa loro, se questi bambini sono così fragili. Possibile che un piccolo errore o un momento di difficoltà debbano essere visti come la fine del mondo? Sono viziati e iperprotetti. E io spreco un sacco di energie a consolarli per delle inezie. Di certo io non sono stata cresciuta così.

    – Non ne dubito. Fino a non molto tempo fa la maggior parte dei bambini evolveva verso l’età adulta come se fosse naturale: salivano in alto… come un sughero galleggia nell’acqua, così scriveva Riesman. Crescere e maturare era visto più come l’effetto del trascorrere del tempo, che dello sforzo e del desiderio individuale. Non era pensabile che qualcuno affogasse e tornasse sul fondo, perfino senza nuotare si galleggiava. Ora il mondo intorno alla famiglia trasmette tutt’altro messaggio: occorre essere motivati, desiderare di crescere, nuotare di continuo, sforzarsi, altrimenti si va a fondo! Occorre voler crescere, e bisogna meritarselo. Ti meraviglia, dunque, che ogni piccola falla, ogni inezia, come dici tu, venga vista come la possibile causa di un naufragio? 

    – Se la metti in questi termini… no, non mi meraviglia. In effetti… ogni volta che parlo con un bambino dell’argomento, scopro che nessuno ha più voglia di crescere, che tutti vorrebbero restare piccoli e rimpiangono la scuola dell’infanzia… che sconforto! Però insisto: se i genitori non li proteggessero così tanto, le cose andrebbero meglio. Ah, quelli sono davvero un danno!

    – Allora me lo confermi: i bambini vedono la via verso il futuro come una fatica e se ne difendono. Riguardo alle famiglie credo che saresti meno severa se considerassi davvero il loro punto di vista. Pensa: sta finendo l’inverno, e ieri hai rimesso sul balcone le piante più delicate che avevi tenuto al riparo. Hai mai pensato che se le avessi lasciate al gelo sarebbero diventate più robuste?  

    – Che sciocchezza… no. Sarebbero morte. Ho un balcone a nord, è troppo… ostile.

    – Ostile… hai appena descritto lo stato d’animo di tantissimi genitori: vedono il mondo come un luogo ostile dove chi non nuota bene annega. Proteggono i bambini semplicemente perché hanno paura! Pauradi quel mondo in cui pensano, a torto o a ragione, di vivere, e nel quale lasceranno i loro figli. Li proteggono perché pensano che questo sia il loro bene, come tu hai protetto le tue piante prima del gelo!

    – Come sai rigirare le cose, tu! Eh ma dovresti vederli all’opera, sono arroganti e aggressivi, non ci si può parlare… 

    – È il graffio della gatta che difende i suoi cuccioli. Molti di loro deporrebbero le armi, se fossero messi in condizione di pensare che i loro bambini con te sono al sicuro, che li manterrai leggeri, capaci di galleggiare ridendo, che per loro non sei una minaccia ma una risorsa. Sai, io percepisco tanta ansia nella tua rabbia scatenata contro la loro fragilità, come se anche tu la pensassi come i genitori, sia pur in un ruolo diverso. Se inizi a filtrare la tua ansia, puoi vincere la loro diffidenza; ci vorrà tempo, ma è possibile. 

    – Questo però non renderà meno fragili i figli… 

    – Non avverrà subito, ma non sottovalutare il potere dell’azione sul clima di classe: ti posso dare qualche spunto. Comincia col dare tempo: niente minuti, cronometri, scadenze strette. Non fare loro fretta. Limita al minimo i momenti di valutazione e i relativi voti, e usa tantissimo la valutazione formativa: in questo fare e capire insieme si cela un messaggio rassicurante per tutti. E quando sei in classe, resta nel qui e ora: non pensare al futuro o alle colpe dei genitori. Sii presente e attenta. Rassicura i deboli e i lenti, tienili vicino a te.  Progressivamente la paura e la fatica degli alunni diminuiranno.

    Per saperne di più

    • S. Benzoni, Figli fragili, Laterza
    • U. Bronfenbrenner, Rendere umani gli esseri umani. Bioecologia dello sviluppo Erickson
    • G. Zavalloni, La pedagogia della lumaca, EMI

    (La citazione di Riesman proviene da: D. Riesman, La folla solitaria, Il Mulino)

    Articolo originariamente pubblicato su La Vita Scolastica 2019-20