Mese: Marzo 2021

  • I fascientisti

    I fascientisti

    Contro l’uso ideologico dello scientismo

    È triste doverlo fare ma è un segno dei tempi in cui viviamo e quindi lo faccio: dichiaro fin da subito e senza sfumature di essere un sostenitore del metodo scientifico e di avversare ogni forma di pseudoscienze. Bene, ora posso esprimermi, spero, più liberamente. Oggi la scienza è più che mai bistrattata, e non solo complottisti e terrapiattisti, ma anche dall’uso ideologico e manipolatorio che se ne fa in ogni luogo, ad opera di suoi autoproclamati difensori.

    Non passa giorno senza che qualche politico, dirigente, alta autorità si serva a man bassa di parole come scienza, scientifico, evidenze, per avvalorare qualsivoglia provvedimento, celandone la natura politica dietro evidenze che forse lo ispirano, ma certo non lo costituiscono. 

    Intanto sui social e nei rari spazi sociali assistiamo al crearsi di fan club scientisti talvolta davvero imbarazzanti dove si brandisce la propria fede nella Scienza come fosse la fede in Dio. Si esibiscono braccia perforate con maschio vigore e gioia per avere ricevuto l’ostia consacrata del vaccino. Il prof. Crisanti, tre mesi fa, solo per aver chiesto legittimamente qualche dato scientifico in più prima di inocularsi il vaccino, è stato dapprima attaccato e poi condotto a una sorta di pubblica abiura con tanto di bicipite trafitto, tanto da dichiarare subito dopo: “Avrei preferito una cerimonia più sobria”. L’esempio di Crisanti è purtroppo esemplificativo di una realtà più ampia:

    in molti luoghi, istituzionali e non, non pare più possibile ragionare pacatamente assemblando valori, priorità e riflessioni assieme a quello che sappiamo dalla ricerca, poiché appena una affermazione fuoriesce dal pensiero unico prescritto sull’argomento è tutto un clangore di spade e scudi a suon di “allora non rispetti le evidenze”, “sei antiscientifico”, e via etichettando e squalificando, talvolta con aperti, volgari attacchi personali perpetrati da persone che si autoproclamano “intellettuali” o perfino “scienziati”. Si sentono in diritto di insultare chicchessia, investiti del ruolo di Angelo Sterminatore.

    Per carità, le evidenze sono importanti, ma possono solo ispirare e orientare le scelte politiche e personali. Il fascientista, invece, presenta le attività e le scelte umane come una sorta di Trivial machine in cui inserire masse di evidenze, facendone uscire azioni, sistemi di cura, politiche univoche e a priori buone e dunque indiscutibili. Il clima da caccia alle streghe che si è creato a partire da una pur legittima lotta alle pseudoscienze rischia di trasformarci in una caricatura tra scientismo e tentazioni fascisteggianti.

    Pensare di conservare una civiltà, la salute, le relazioni umane, e in fondo tutto ciò che ci è più caro, solamente applicando evidenze è chiaramente un delirio, più o meno come costruire edifici con i LEGO, e questo ogni scienziato lo sa. Per questo, se abbiamo a cuore la scienza, per difenderla non dovremmo abdicare a ciò che la contraddistingue, insomma non dovremmo diventare dei fascientisti.

  • INVALSI, il placebo e il salto in lungo

    INVALSI, il placebo e il salto in lungo

    La scuola è in sofferenza acuta per ragioni in parte storiche e in parte contingenti (COVID). Di fronte allo stucchevole spettacolo delle prove Invalsi, da somministrarsi nonostante tutto, è forse il caso di ricordare alcuni concetti. Che cosa misurano le prove Invalsi? Basta fare una breve ricerca sui motori web per accorgersi della pletora di pubblicazioni, archivi e quaderni di esercitazioni per superare con successo le prove. Credo che la formulazione più onesta sia la seguente:

    le prove Invalsi misurano la capacità degli alunni di superare le prove Invalsi. Indirettamente misurano la quantità di ore spese da determinati docenti per farli esercitare sulle prove

    Qualunque persona con una media preparazione in metodologia psicometrica può capire al volo che in un siffatto sistema di valutazione mancano i parametri minimi di qualunque rigore. Non sono chiari i costrutti, non sono chiari i modi nei quali le prove dovrebbero rappresentare costrutti peraltro indefiniti, non sono chiari i parametri che dovrebbero equiparare le prove di un anno quello successivo dal momento che i materiali sono diversi. 

    Che cosa misura il risultato di un atleta nel salto in lungo? La sua potenza muscolare? La bravura del suo allenatore? La genetica che gli ha fatto muscoli con quelle caratteristiche? No! Il salto in lungo misura quanto dista il punto da cui l’atleta spicca il salto da quello più vicino in cui il suo corpo ha toccato terra. Per essere più precisi: dalla linea bianca a dove tocca. Perché se spicca il salto da più indietro non ci interessa, noi misuriamo da lì a lì. Se hai degli svantaggi tuoi la cosa non ci riguarda: noi misuriamo da lì a lì.

    Naturalmente la muscolatura, il bravo allenatore, la genetica, l’alimentazione e quant’altro sono in qualche modo ingredienti del risultato dell’atleta, ma rimane il fatto che la misura del suo salto è semplicemente una cifra che rappresenta metri e centimetri, e niente di più. 

    Ciò che si vuol far dire alle prove Invalsi è tutto e il contrario di tutto: la qualità di un sistema scolastico, il buon lavoro degli insegnanti, la capacità della scuola di creare valore aggiunto (pessima espressione di matrice economicista) a situazioni di partenza più o meno critiche, anch’esse “misurate” con variabili assai vaghe. 

    Con queste premesse risulta naturalmente scomodo e un po’ sconcio per chicchessia opporsi alle prove Invalsi come se si stesse opponendo all’onestà e alla buona fede, come se chi si oppone alle prove Invalsi fosse una sorta di “evasore fiscale della bontà del sistema scolastico”. Invece non è nulla di tutto questo. 

    È più serio non misurare affatto un parametro, poiché non se ne hanno gli strumenti, o fingere di misurarlo con pretestuosi insiemi di prove che non significano nulla?

    Se il sistema è malato di ansia valutativa, si può sempre ricorrere a un placebo, ed è esattamente questo che il sistema Invalsi rappresenta per molti: un placebo che calma l’ansia di valutazione.

    Certo, ci potrebbe essere una terza via, ed è quella di un faticoso lavoro di costruzione di un sistema di valutazione che garantisca una qualità di base del lavoro degli insegnanti sotto diverse dimensioni tutte operative e procedurali. Una misura delicata, complessa e multifattoriale, che non garantisce mai, e sottolineo: mai un risultato certificabile, ma che assicura il rispetto di buone prassi pedagogicamente riconosciute e validate. Ma per realizzare questo occorre tempo, energia, denaro… mentre il placebo è soltanto una compressa di farina.

  • Comunità educante o… franchising dell’istruzione?

    Sono passati ormai due decenni da quando un ministro della Pubblica Istruzione ebbe la sciagurata idea di trasformare la scuola dello Stato, e della Costituzione, in una sorta di franchising dell’Istruzione aperto a tutte le ingerenze possibili. Da allora nessuno può più parlare di scuola privata, è una brutta parola! In questi anni abbiamo imparato che però una scuola privata sì, ma di risorse, esiste, ed è la scuola cosiddetta pubblica.  

    Tuttavia molte altre cose sono cambiate: se allora un intellettuale come Pierre Bourdieu doveva cercare a fondo nei documenti le tracce della ingerenza industriale nelle politiche dell’Istruzione, oggi tutto accade alla luce del sole come se fosse del tutto naturale che una fondazione privata di ambito industriale si occupi assieme all’Invalsi di come debba essere l’istruzione nella scuola italiana. 

    Certo, rispetto a 20 anni fa gli spin doctor hanno fatto molta strada e ora abbiamo parole meravigliose: comunità educante, scuola che si apre al territorio, inclusione, innovazione… Sono parole ben scelte, che possono piacere a tutti, anche a sinistra! Chi non si sente membro di una comunità? Chi è così cieco da non vedere in una comunità educante tutto ciò che gli sta a cuore? Chiunque, di qualunque credo laico, industriale o pastorale, potrà vedere nella comunità educante la realizzazione dei suoi sogni più intimi. Suvvia lasciati andare, non dire sempre no… Non è forse la comunità educante la più sublime, la più riuscita realizzazione del sogno Costituente? Perché non vuoi vedere con occhi nuovi? Perché non hai il coraggio di cambiare? 

    Invece no: dietro queste parole si nasconde l’intento di affossare una volta per tutte la scuola della Costituzione, facendone un franchising per qualunque istanza produca profitto e, perché no, potere. A scuola devono entrare le imprese, gli sponsor, la formazione privata, le associazioni confindustriali… ma intanto i fautori della scuola del merito e dell’azienda gridano come un sol uomo “fuori i genitori dalla scuola!”. Forse giova ricordare che i genitori, nella scuola, ci sono entrati da cittadini grazie ai cosiddetti decreti delegati della scuola emanati nella prima metà degli anni settanta. Un’altra era geologica: lo spirito era nientemeno quello di dare alla scuola i caratteri di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica (art. 5 L. 477/73) nell’ottica di una effettiva attuazione dei principi della Costituzione della Repubblica Italiana. Ma oggi… oggi è tutto nuovo, bellezza! Aria nuova in cucina.

    Sono saltate tutte le mediazioni: economia, industria e multinazionali dettano l’agenda, i programmi, perfino le metodologie da impiegare in classe e forniscono perfino gran parte dei software usati in tutta Italia per fare Scuola digitale! Sembra tutto naturale, perfettamente ovvio, e non lo è. 

    Oggi su quella poltrona di ministro non siede un ex comunista pentito ma un economista che di economia industriale si è sempre occupato. Non è nuovo a cariche politiche riguardanti l’istruzione, ma il suo curriculum parla chiaro: non è un esperto di scuola in alcun senso. Per questo guardo con un certo sgomento al maestro Franco Lorenzoni membro assai loquace di un comitato che, a titolo naturalmente, totalmente gratuito, dovrebbe por mano a qualche genere di riforma o innovazione della bollita e frastornata scuola italiana. 

    Da un lato è molto chiaro chi sia in campo educativo il padrone del Vapore, dall’altro colpisce che abbia che abbia chiamato un qualificato operaio, capace, intelligente, dotato, ma pur sempre un operaio che non manda gli studenti a memoria come noi le tabelline, ma ha passato molti anni sul campo. L’operaio ne sarà sicuramente lusingato, onorato, stuzzicato in quel po’ di narcisismo da cui nessuno è immune. Ma se non se lo chiede lui, se lo chiedono gli altri operai: quanto è onesta questa proposta? Quanto di sostanziale verrà ascoltato di quel che l’operaio-maestro ha da dire? Quanto invece farà parte della facciata, di una riverniciatura per legittimare un discorso tutto sbilanciato dalla parte dei cosiddetti padroni?