Corpo, sessualità, amore e legami: siamo certi che esista un accordo di massima sui processi psico-corporei implicati in questi termini? La risposta più ragionevole, forse pessimistica, è no: l‘umanità parla, discute, scrive storie, poesie e trattati su questi temi da millenni, ma restando ben lontani da ogni possibile oggettività. Credo che le ricerche in biologia e neuroscienze possano fare luce su aspetti un tempo non visibili, aiutandoci a comprendere le basi comuni dietro le diverse parole e teorie.
Nella ricerca si sta affermando da tempo una distinzione tra due direzioni lungo le quali i processi psicocorporei umani si irradiano nel sistema nervoso: processi top-down e processi bottom-up: i primi partono dal cognitivo, dal linguaggio, dalle zone più evolute del cervello, i secondi dalle sue zone arcaiche e dal sistema-corpo, incluso il sistema nervoso autonomo, oggetto di un interesse crescente da parte della ricerca psicologica.
Lungo le due direttrici si sviluppa un andirivieni di stimoli che si integrano e si rispondono a vicenda. Ci siamo così abituati da farci raramente caso: la mente pensante (top) rileva segnali provenienti dal corpo (bottom), ad esempio la fame, e predispone azioni congrue (procurarsi o cucinare del cibo) che a loro volta attivano altre reazioni del corpo (salivazione, deglutizione, ecc). Anche eventi semplici della nostra vita accadono grazie a un continuo interagire tra mente pensante e corpo. Possiamo quindi dire che l‘evoluzione psicologica di un individuo necessita anche di un continuo apprendimento riguardante l‘interpretazione, l‘organizzazione e l‘integrazione dei segnali provenienti dal corpo, cosa che poi rimanda segnali di ritorno verso il corpo stesso, in un processo a spirale. Vale lo stesso anche per le emozioni: una mamma che nota una espressione triste nel suo bambino di uno o due anni tipicamente imita quella espressione, dice qualcosa come “il mio bimbo è triste”, poi di solito sorride per rassicurarlo. La ripetizione di momenti del genere permette ai piccoli di dare un nome alle emozioni, un nome radicato nelle sensazioni corporee e nella lettura delle espressioni facciali (integrazione top-down/bottom-up). Nei ritmi e modi di vita attuali queste forme di rispecchiamento stanno diventando sempre meno numerose e frequenti, e questa carenza è ricca di conseguenze sulla sessualità, poiché questa, come anche l’affettività (nonché istanze di genere e di orientamento sessuale) sono fenomeni che integrano in modo ancor più complesso processi top-down e bottom-up. Senza quest‘ultimo livello non ci sarebbe eccitazione, né piacere né concepimento, ma resterebbe un fatto: il sesso occupa i pensieri dei singoli individui, delle società e delle religioni: le visioni e le norme che lo regolano sono stratificate, sfaccettate e varie, così come le sue pratiche concrete.
Che posto occupa il sesso nell‘esistenza umana nelle società industrializzate di oggi? È difficile rispondere, ma necessario. Per millenni è stato un robusto impulso umano da contenere e arginare con ogni mezzo, mentre oggi, a dispetto della cosiddetta liberalizzazione dei costumi, diverse ricerche realizzate in molti Paesi industrializzati indicano un sensibile calo dell‘attività sessuale negli ultimi vent‘anni, soprattutto nelle fasce di età più giovani. Anche se coloro che praticano sesso ne fanno di più, in modo più ludico e con più partner, una quota crescente di giovani non pratica sesso interpersonale; alcuni usano pornografia in solitudine, mentre altri finiscono per disinteressarsene del tutto.
Mai come oggi i ragazzi arrivano allo sviluppo già saturi di una educazione sessuale e affettiva informale, ma capillare e pervasiva: ci si affaccia all‘adolescenza già saturi di infiniti esempi (fiction, social network, ecc) dai quali si potrebbe aver appreso come si seduce, come ci si innamora, come ci si prende e come ci si lascia, come si piace, come si desidera, perfino come si fa l’amore, ma poi in concreto lo si fa sempre meno. Un paradosso che ha forse una spiegazione possibile: questa educazione tramite modelli mostra la forma sociale (e esteriore) della vita sessuale e affettiva, ma non dice nulla sul suo contenuto corporeo. Sono stimoli che muovono quasi solo processi top-down: si sa come si seduce, ma non si sa (poiché non si sente) se si ha voglia di farlo e con chi. Il corpo e i suoi segnali accadono, ma non trovando corrispettivi nel pensiero non sono integrati nella vita della persona.
In questo scenario contemporaneo pensare all‘educazione sessuale richiede una seria risposta a una domanda fondamentale: a quale scopo? Chiunque osservi la storia e la geografia dei vari modi di guardare alla sessualità non può non notarne l‘enorme, relativistica varietà, sia pur in presenza di alcune costanti funzionali: la necessità di regolare l‘esercizio della sessualità la cui pratica indiscriminata e indifferenziata risulterebbe distruttiva rispetto al legame più ampio che forma la collettività, e anche il contesto della procreazione ne sarebbe sconvolto.
L‘antropologia culturale ci riporta molte diverse maniere di rispondere a tali questioni, ma forse nessuna cultura ha ignorato o lasciato al caso (o a una fantomatica “spontaneità”) ciò che riguarda la sessualità e il legame uomo-donna (ed eventualmente altre forme di legame). La nostra cultura attuale è forse quella che più aspira a raggiungere questa assoluta spontaneità, ma è probabilmente la più lontana dal raggiungere tale obiettivo. Curiosamente, sembra invece essere riuscita là dove altri hanno fallito: nel ridurre gli appetiti sessuali!
L‘educazione sessuale ha assolto nel tempo una pluralità di funzioni: promuovere la purezza e l‘astinenza, inculcare (o viceversa liberare da) un‘etica religiosa nella sessualità, limitare le gravidanze indesiderate soprattutto in età adolescenziale, combattere forme di pregiudizio come l’omofobia, solo per citarne alcune. In aggiunta a queste finalità si è affermato in occidente l’ideal-tipo di una educazione sessuale “neutra” e a-valoriale, con la presunzione di fornire informazioni tecnicamente obiettive, demandando all‘individuo il loro inserimento in un quadro valoriale che si dà per scontato egli possieda già. Ritengo sia assai più produttivo ammettere che si tratta di un miraggio: non esiste una educazione sessuale che non sia permeata da una specifica visione dell‘uomo e delle sue relazioni. Meglio dunque se tale visione viene serenamente esplicitata, piuttosto che lasciata in ombra nel tentativo di accreditarsi come “neutra”.
La complessità e la criticità del contesto attuale impone di dare attenzione non solo al contenuto ma anche alle forme con cui si fa educazione sessuale: si può adottare una forma dialogica interattiva e personalizzata, o preferire mezzi come la visione di video o la lettura di libri e storie. Più ci si avvicina a queste ultime tipologie, più si rischia di limitarsi ai soli aspetti top-down, con il rischio di incidere poco o nulla sui comportamenti reali, che di norma sono radicati invece nella corporeità ormonale e istintuale; ed è in questo ambito che oggi si sperimentano le maggiori criticità.
Sono ormai abbondanti le ricerche che individuano alcune caratteristiche delle ultimissime generazioni di individui, i nati dai primi anni novanta in poi: la maggioranza di loro sperimenta carenze e difficoltà nel rapporto con il proprio corpo e con le proprie emozioni, in particolare quelle relative ai legami con altri esseri umani. Gli ingredienti di base per il funzionamento e l’adattamento dell’individuo ci sono ancora, ma sta saltando l‘integrazione reciproca e soprattutto quella tra processi top-down e bottom-up. Se non si tiene presente questa carenza di integrazione soprattutto nell‘ambito sessuale e affettivo, c‘è il rischio che le pur lodevoli iniziative di realizzare buona educazione sessuale vadano incontro a un sostanziale fallimento. Gran parte degli adolescenti d’oggi non sa sentire il proprio corpo, non sa più ricevere e interpretare i segnali corporei interni, e ne soffoca perfino le secrezioni e gli odori con lavaggi e profumazioni. Si guarda il corpo, ma non lo si sente, se ne parla tanto, sì, ma più per giudicarlo che per sentirlo.
Una educazione sessuale all‘altezza delle sfide poste dalle nuove generazioni dovrebbe dunque avere come terreno privilegiato proprio l’integrazione top-down e bottom-up e la capacità di pensare le emozioni relative ai legami, alle attrazioni, agli affetti. Può un libro sortire un effetto del genere? Sono convinto di sì, se ri-pensato a questo scopo: la forma ideale oggi dovrebbe essere più vicina al manuale di auto-aiuto che non al testo informativo, e dovrebbe anche tenere conto della mole di informazioni non controllate alle quali ogni adolescente ha accesso tramite il suo smartphone. Dovrebbe dunque avere l’ambizione di entrare nel paradosso della saturazione informativa e della povertà del sentire, e di invertirne la tendenza.
L‘approccio mirato all’integrazione mente-corpo può avere qualcosa di nuovo da dire sul piano della lotta al pregiudizio: dei cosiddetti stereotipi non ci si libera quando qualcuno fornisce informazioni relative ad essi (logica top-down), ma quando si diventa capaci di ascoltare e di elaborare i segnali che provengono dal corpo in una logica bottom-up. Allora l’adolescente comincia a sentire chi è e chi è che cosa desidera, e diventa più facile comprendere come questo accada anche negli altri, sia nelle affinità che nelle differenze. Comincia a comprendere che la sessualità non è qualcosa a cui pensare, qualcosa da scegliere come si sceglie uno shampoo o un taglio di capelli, ma qualcosa che accade tra persone, e accade nei corpi prima che nelle menti. Un obiettivo ambizioso per una società in crisi globale.
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Fonti e approfondimenti
CENSIS, Rapporto Censis-Bayer sui nuovi comportamenti sessuali degli italiani, 2019 (pubblicazione on-line)
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Nanni, F.:
Avere 13 anni: disagio relazionale e sociale, la paura, il dolore
Di cosa parliamo quando parliamo di educazione sessuale
Generazione Z: il corpo assente
Infelicità senza legami
https://smips.org/2022/04/30/infelicita-senza-legami
Solo l’indifferenza è asessuata
Northoff, Georg et al. “Self-referential processing in our brain–a meta-analysis of imaging studies on the self.” NeuroImage vol. 31,1 (2006): 440-57. doi:10.1016/j.neuroimage.2005.12.002
Panksepp, J., Davis, K.L., I fondamenti emotivi della personalità. Un approccio neurobiologico ed evoluzionistico, Raffaello Cortina, Milano 2020
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