Mese: Maggio 2020

  • Movida sì/no: un falso problema

    Movida sì/no: un falso problema

    Smiling UnhappyCi sono narrazioni che piacciono, ad esempio quella di un’Italia di vecchi che odia i giovani, non sopporta le loro abitudini sociali e li reprime con la scusa del contagio. Piace anche quella complementare dell’anestesista che non vuole tornare in corsia per un branco di ubriaconi imprudenti. Sono narrazioni che rassicurano gli uni e fanno arrabbiare gli altri, e dunque in definitiva confermano tutti nella propria opinione.

    Sarà per il lavoro che faccio, ma a me vengono raccontate cose diverse. Serate vuote trascinate tra birra, mojito e Gin tonic, magari quando si può con l’ausilio di canne o di una pista di coca. Senza tutto questo, mi viene detto, il divertimento non c’è: c’è solo depressione e vuoto.

    Non pretendo certo che quello che mi viene raccontato rappresenti l’intero fenomeno, ci mancherebbe. Giova però a tutti gli amanti delle narrazioni facili contemplare le schiere molto nutrite di adolescenti e giovani adulti che si trascinano tra un alcolico e l’altro, spesso con l’umore sotto le scarpe, cercando di divertirsi in qualche modo. Simmetrici ai ritirati in casa (altro grosso problema in crescita), i forzati dell’uscita non saranno tutti depressi con il cervello vuoto e le passioni tristi, ma gli smiling unhappy, gli infelici sorridenti, non sembrano essere così pochi anche se presentano un irrimediabile problema: siccome sorridono sono indistinguibili da coloro che sono veramente allegri.

    Anche in questo caso il lockdown ha fatto da vernice rivelatrice del fatto che la normalità era (anche) il problema. Non facciamo le anime belle, fautrici della “libera scelta di sballarsi”: se è vero che l’uso di sostanze psicotrope è fisiologico e ubiquo nella condizione umana, dobbiamo ammettere che quando cresce troppo, e specialmente nei più giovani, è segno di un malessere che va intercettato e capito. 

    L’Islanda aveva un grosso problema con l’uso di alcol tra i giovani e. almeno fino a tre anni fa, lo aveva brillantemente ridotto al minimo. Il loro piano viene riassunto così:

    «Spendere molto tempo di qualità a casa, fu uno dei pilastri del programma. Via le pubblicità di bevande alcoliche e fumo, e divieto di acquisto di sigarette per i minori di 18 anni e di alcol per i minori di 20 anni. Agli adolescenti di età compresa tra i 13 e i 16 anni fu imposto, inoltre, il coprifuoco alle 10 di sera in inverno e a mezzanotte d’estate. Ma, soprattutto, furono introdotte moltissime attività sportive e artistiche per permettere ai ragazzi di ‘fare gruppo’ e di ottenere quel senso di benessere psico-fisico che può dare una sostanza stupefacente. Tutti gli adolescenti furono inclusi nel programma, e per i meno facoltosi furono previsti degli incentivi statali.»

    Stare a casa? Divieti? Coprifuoco? Proviamo a rispondere a una semplice domanda: gli islandesi odiano i giovani? O forse li odiamo più noi, lasciando i loro corpi sui divani e i loro cervelli vuoti e soli?
    Dopo l’emergenza Covid noi italiani finiamo col tornare ad un’altra amabile normalità: dibattere su falsi problemi e fingere di non vedere quelli veri. E ancora una volta era proprio la normalità, il problema.

  • Scuola: le dispersioni bianche e il vulnus della ricrescita

    Perché tanta ingratitudine verso la didattica a distanza (DAD), che ha contribuito a limitare i danni dell’emergenza? Dovremmo piuttosto ringraziare tutti coloro che si sono impegnati nella DAD perché è stato l’unico modo di conservare un’idea di scuola e di tracciare un argine al nulla che la chiusura totale rischiava di provocare. Il guaio semmai è che tante realtà scolastiche a tutt’oggi non hanno nemmeno iniziato la DAD. Dove si è attivata la DAD si sconta comunque un grosso divario tra alunni in grado di fruirne adeguatamente e altri che invece lo hanno potuto fare poco, o male, o per nulla a causa di svariate ragioni economiche, familiari, e tante altre ancora. Ci sono insegnanti volenterosi che si sono adoperati per raggiungere e ove possibile abbattere queste difficoltà, e altre realtà dove ci si è limitati a prendere atto di una mancata partecipazione alla DAD, come se non fosse scuola, e invece lo è. 

    Ecco un nuovo triste fenomeno, chiamiamole dispersioni bianche. Sono diverse dalle dispersioni scolastiche che abbiamo conosciuto finora: non fanno rumore e muovono solo qualche bit nella gestione delle riunioni digitali. Talvolta nemmeno si notano. 

    Dove vanno i dispersi bianchi? Per ora, ne siamo certi, sono ancora chiusi in casa o cominciano a mettere timidamente il naso fuori. Chissà se li ritroveremo a settembre in una riapertura nella quale a tutt’oggi prevalgono le incertezze. Per molti di loro sedere sui banchi di scuola accanto a coetanei più o meno fortunati rappresentava probabilmente un aggancio con il mondo e la realtà esterna che bilanciava le carenze, le difficoltà e i problemi presenti tra le pareti domestiche. La didattica la distanza li ha persi, senza volerlo deliberatamente, ma purtuttavia li ha persi. 

    Sarà un arduo lavoro riportare i dispersi bianchi a scuola a settembre, in un ritorno tuttora pieno di incognite. Il silenzio che proviene finora dalla task force governativa sulla scuola non fa ben sperare.

    Dalla task force ci si aspettano idee, scenari e soluzioni, e sappiamo già che sono soluzioni che costano, ma certo non è compito del gruppo trovare i fondi. Mi auguro solo che non sia stato dato mandato alla task force di trovare soluzioni a costo zero, e dunque inesistenti, il che ne spiegherebbe il silenzio.

    Proprio mentre mi domandavo quali idee e quali scenari il gruppo di esperti stesse delineando, mi sono imbattuto in una sintesi giornalistica che riportava virgolettate le parole di un membro illustre della task force, Daniela Lucangeli. Forse, dopo averlo letto, penso fosse preferibile il silenzio. Afferma: “dobbiamo aiutare gli insegnanti che rientreranno in classe a capire il processo di autoregolazione delle emozioni”. Davvero è questa la priorità? Sembra che l’esperta viva ancora nel mondo fatato dei suoi accorati appelli ad abbracciarci e sentire quanto sono belle le emozioni. Evidentemente vive in un mondo diverso dal nostro, forse addirittura in un pianeta diverso dal nostro.

    Qui serve sapere come reperire e/o costruire locali in più per sfoltire le classi, come reclutare insegnanti, come gestire ingressi e uscite magari con modifiche agli edifici, eventualmente anche come integrare il tutto col minimo indispensabile di didattica digitale per snellire il lavoro. Ma a metà maggio non appare all’orizzonte nessuna idea di come riportare tra i banchi migliaia di studenti, mentre sappiamo molto di più su come i parrucchieri si organizzeranno per lenire finalmente il vulnus della ricrescita.

  • Eredità psicologica e psichiatrica della pandemia

    È ancora molto presto, ma non troppo presto per immaginare un bilancio delle conseguenze psicologiche (e anche psichiatriche) della pandemia. Per quanto gli scenari siano estremamente differenziati e articolati per fasce socio-economico-culturali, ritengo che avremo a che fare con diversi fenomeni che provo a elencare schematicamente.

    Tutta la fascia di persone con difficoltà relazionali, ritiro sociale, rinuncia alla vita affettiva, spesso con il correlato della depressione, ragionevolmente rischia rilevanti ricadute e peggioramenti nella propria condizione.

    Bambini e adolescenti con pregresse situazioni (conclamate o borderline) di fobia scolare, ritiro sociale, dipendenza da web, social-network e videogame sono destinati a peggiorare, o a permanere in una condizione cronica indeterminata, spesso con perdita di contatto con i clinici di riferimento. Questo porterà in seguito a un difficile lavoro di recupero.

    Adolescenti e giovani adulti, perlopiù non legati affettivamente a partner, con disagi più o meno latenti e fino a due mesi fa pseudo-compensati con una intensa vita sociale nella Movida, nell’alcool, in relazioni superficiali ma quantitativamente rilevanti, si sono trovati all’improvviso privati della possibilità di tale compensazione. Non è prevedibile complessivamente quali comportamenti saranno messi in atto da questa fascia di popolazione per tentare un coping con le proprie condizioni psichiche preesistenti al lockdown, ma non è difficile immaginare che le sostanze psicotrope svolgono un ruolo ancora importante, e che possano verificarsi trasgressioni rilevanti (nel segno della negazione) tentando di ripristinare i comportamenti precedenti. (potrebbe essere questa una chiave di lettura degli assembramenti sui Navigli a Milano?)

    Nell’ambito delle relazioni di coppia possiamo immaginarci un “effetto terremoto” soprattutto sulle relazioni già in fase di transizione verso la chiusura o verso la costruzione del legame: una serie di scosse che fa cadere gli edifici più instabili ma lascia in piedi altri e rivela anche risorse o falle prima nascoste.

    È facile immaginare una vasta area di popolazione interessata direttamente o indirettamente dalle disastrose conseguenze economiche della pandemia. Oltre a tutte le conseguenze pratiche e concrete sulla vita di queste persone, dobbiamo mettere in conto un incremento rilevante di disagi psichici lievi, moderati o gravi, con effetti moltiplicati a causa della impossibilità di accedere a quello che è pressoché l’unico canale di cura psichica ovvero il privato a pagamento.

    In linea generale tutti coloro che sperimenteranno un disagio psichico e non solo psichico a causa della pandemia saranno da considerarsi a rischio di deformazioni cognitive e emotive di varia natura: dall’incremento di fobie di contaminazione fino a comportamenti di negazione più o meno infarcita di spunti paranoidi e complottisti

    La patologia del senso del futuro che già invadeva generosamente un po’ tutti i paesi industrializzati non potrà che accrescersi almeno sul piano dei grandi numeri per l’enorme aumento di incertezze economiche esistenziali e relazionali che stiamo tutti vivendo. Questo è naturalmente un ottimo bacino di incubazione per tutti i disagi della sfera depressiva e ansiosa.

    Non vorrei apparire troppo pessimista, ma mi sento di affermare che così come molte patologie non-Covid hanno avuto un esito spesso letale per la rinuncia o l’impossibilità a ricorrere alle cure sanitarie, allo stesso modo corriamo il rischio che molte patologie (franche o solo potenziali) dell’area psichica rimangano nascoste tra i muri delle case divenute prigioni con una serie di correlati negativi quali disperazione, litigi, abuso di sostanze, violenza domestica.

    Il quadro fa rabbrividire ma è importante tenere conto anche di alcuni fattori potenzialmente protettivi: credo si sia consolidato in fasce considerevoli di popolazione un sentimento di appartenenza e di “essere sulla stessa barca” che produce comportamenti adeguati, solidali e costruttivi. Per quanto ancora in modi del tutto insufficienti comincia a farsi un po’ di spazio nel mondo politico la consapevolezza che, se è vero che la pandemia non è una guerra, i provvedimenti economici e le scelte industriali hanno molti punti di contatto con l’economia bellica: riconversione industriale, spesa pubblica, infrastrutture e sostegno alle fasce deboli. Se queste timide aperture diverranno meglio proporzionate al bisogno e si metterà in atto concretamente una riflessione sui disastri prodotti dal nostro modello di sviluppo, forse abbiamo qualche timida speranza.

    Come psicologo mi sono chiesto cosa era possibile fare in questa fase, e per quanto sia consapevole che ogni singolo tentativo è una goccia nel mare, ho pensato di iniziare con un tutorial per quelle persone che con proprie risorse possono evitare un esacerbarsi delle loro condizioni, se orientate e ben consigliate. È poco, pochissimo, quasi nulla, ma se altri colleghi si uniranno in un comune sforzo di fare un lavoro di prevenzione allargato, capillare e mirato alle diverse forme di disagio, forse otterremo almeno un contenimento delle conseguenze della pandemia sul benessere psichico e la salute mentale.

    Il mio piccolo contributo lo trovate qui

  • La pandemia ci ha lasciato più infelici?

    La pandemia, la distanza, l’isolamento, le preoccupazioni, le abitudini sconvolte… tutto questo ci potrebbe aver lasciato diversi disagi psichici che vanno individuati e gestiti da subito con strategie semplici e vincenti. Ho realizzato sei video con i punti essenziali per orientarsi e coltivare la propria mente, e fare una opportuna prevenzione rispetto al cronicizzarsi di condizioni di malessere.
    Un video tutorial psicologico semplice ed essenziale in sei parti basato sulle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione per orientarsi e gestire i malesseri post pandemia.