Mese: Febbraio 2021

  • Un’evidenza è un’evidenza è un’evidenza…

    Un’evidenza è un’evidenza è un’evidenza…

    Si sente molto parlare di pratiche basate su evidenze, e questa è una buona notizia, ma temo l’uso ideologico che può esserne fatto. Che cosa è una evidenza? Presa allo stato nascente è una serie di dati derivante da una serie di esperimenti realizzati secondo metodi riconosciuti dalla comunità scientifica. Di norma una singola evidenza assume maggiore significato quando poi viene integrata in una rete di altre evidenze con interpolazioni e inferenze fino a costituire un “quid” (una teoria, una prassi, una terapia, ecc) più o meno interamente basato sulle evidenze disponibili in materia. Questo quid non è però automaticamente “evidente” solo perché basato su evidenze: in esso si rende sempre necessario un ulteriore intervento intellettuale (umano, ma non cambierebbe molto se si trattasse di Artificial Intelligence) che comporta scelte, interpolazioni e inferenze.

    Fin qui arriva la ragionevolezza. Temo che nel comprensibile zelo di allontanare la minaccia di pseudoscienze e di derive anti-scientifiche, si finisca talvolta con presentare le attività e le scelte umane come una sorta di Trivial machine in cui inserire masse di evidenze, facendone uscire scelte, sistemi di cura, azioni politiche univoche e a priori buone. Così facendo siamo finiti nell’ideologia, simmetrica a quella dei sostenitori delle pseudoscienze o di altre teorie bislacche. 

    La diffusione di pseudo-scienze è un pericolo reale, ma le strategie fin qui sviluppate per contrastarla appaiono non solo inadeguate, ma talvolta tali da alimentare il problema che vorrebbero risolvere. 

    Il discorso scientifico, così come ogni sua divulgazione, dovrebbe dare prova di ragionevolezza, pacatezza e equilibrio, e dovrebbe distinguere le evidenze dalle scelte umane (e opinabili) che sono state adottate a partire da quelle evidenze. 

    Si obietterà che la maggior parte delle persone oggi non è in grado di decodificare un messaggio del genere. Questo rappresenta sicuramente un elemento di criticità, ma non è certo con messaggi assolutistici e assiomatici che si può risolvere. Si potrebbe iniziare dallo studio sistematico dei fondamentali della divulgazione scientifica, declinati nelle loro varie forme, con particolare attenzione alla didattica delle scienze nella scuola, che temo oggi sia un po’ una cenerentola.

  • La Turbociviltà

    La Turbociviltà

    Quasi non passa giorno senza imbattersi in notizie che parlano di fenomeni di punta altissimi e lontanissimi dalla media della popolazione. La cosa si riscontra in ogni campo: possiamo trovare un quindicenne che già gareggia nelle MotoGP riservate agli adulti, possiamo trovare una ventenne che ha già pubblicato quattro romanzi successi internazionali, oppure un dodicenne che già collabora con un dipartimento di ricerca in biologia molecolare. Perché no, un direttore d’orchestra quattordicenne. Siamo una civiltà con il turbo: ci piace molto alimentare queste cosiddette eccellenze, non ci basta prenderne atto, le cerchiamo, le titilliamo, le spingiamo sempre più su.

    Che questi fenomeni possano essere in crescita nella nostra attuale società non dovrebbe stupire: cervelli eccezionali ce ne sono sempre stati nella storia dell’umanità e oggi gli strumenti informatici a disposizione possono mettere il turbo a questi cervelli spingendoli verso una elevata performatività. 

    Perfino nella scuola ci siamo abituati ad avere attenzione per le cosiddette eccellenze, identificate in bambini ritenuti troppo intelligenti per uniformarsi ai ritmi di apprendimento comuni senza provare una noia mortale. Da qualche tempo abbiamo anche laboratori universitari deputati a riconoscere i plusdotati. Accade non di rado che il loro comportamento in classe sia problematico, ma sembra più confortante per tutti stabilire che si tratta di alunni con il turbo-cervello piuttosto che con il cervello turbato, e forse bisognosi di maggiori e diverse attenzioni. 

    Un altro effetto perverso di questo nostro vezzo di spingere verso l’alto le eccellenze si verifica con la massa dei cosiddetti “normali” soprattutto in età evolutiva: sbattiamo loro in faccia senza mediazioni il fatto che un loro simile, e coetaneo, possa giungere a risultati del genere e perfino facilmente. Quel modello irraggiungibile finisce con porre in una condizione di povertà e limitatezza (percepite) chiunque non rientri in quegli standard. Che effetto può avere sulle menti delle giovani generazioni sapere che un loro coetaneo, ancorché molto, molto intelligente, può ambire a posizioni così alte? 

    La civiltà del turbocapitalismo non si limita a premiare le eccellenze vere e proprie, ma coltiva anche altre forme di crescita esponenziale. Un esempio sopra tutti è quello dei cosiddetti youtuber e dei maghi del profilo Instagram. Che effetto fa sulle giovani menti pensare che un loro coetaneo, ottimisticamente normodotato, ma furbetto e fortunato, sparando c**ate o mugolando davanti a una webcam può avere milioni di seguaci e un discreto fiume di denaro per le sue sponsorizzazioni? Che razza di modello può rappresentare? 

    Infine: temo stiamo spingendo milioni di giovani menti a trascurare di coltivare le loro normali, umane e concrete capacità, per sognare di essere creatori di una startup milionaria o inventori di una app che li farà diventare ricchi e famosi. Forse potremmo piantarla con la impropria e a volte stomachevole agiografia di personaggi come Steve Jobs e Mark Zuckerberg, che rappresentano benissimo sé stessi, ma non sono modelli funzionali a un sano sviluppo?

  • Formazione: tutti la vogliono… per gli altri

    Formazione: tutti la vogliono… per gli altri

    Ho selezionato i quattro passaggi in cui compare il termine formazione nel discorso di Draghi.

    • [mi chiedo se] non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura.
    • Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni.
    • assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. 
    • …rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati.

    Come si può vedere, il termine appare pressoché privo di riferimenti, ossia non viene specificato quale formazione, su quali aspetti, per ottenere quali vantaggi e per chi. I soli destinatari esplicitati: il personale docente della scuola e i lavoratori occupati e disoccupati (generico al massimo grado). L’unico riferimento a uno scopo è: fare carriera. L’unica descrizione, anche questa assai generica, parla di competenze digitali tecnologiche e ambientali. C’è anche una implicazione non proprio elegante, ovvero che il personale docente e in generale i lavoratori non siano all’altezza. Si allude anche al fatto che il personale docente vada formato per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni: ma che cosa significa? Anche qui la genericità è assoluta. Un’altra implicazione: la formazione è destinata ai lavoratori. Ai manager no? Ai dirigenti no? Non è strano?

    Dietro queste affermazioni si intravede un principio non enunciato, ma sufficientemente chiaro:

    se il soggetto X ricevesse una formazione adeguata, egli farebbe carriera, le nuove generazioni troverebbero lavoro, insomma, tutto, o quasi, andrebbe meglio.

    Mi pare un principio la cui validità è perlomeno fortemente dubbia, ma pur tuttavia la seduzione del termine formazione sembra porre rimedio a tutto: chi mai potrebbe opporsi all’idea di “più formazione”? Quale individuo riottoso, vagabondo, arretrato e pigro potrebbe mai rifiutare una formazione che gli viene offerta?

    Questo consenso così generale sembra voler rendere superflue domande invece sostanziali: quale formazione, su quali temi, richiesta da chi, destinata a chi, a vantaggio di chi?

    Leggendo articoli, dichiarazioni e messaggi nei vari media si incontra un fenomeno curioso: dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno un solo grido: “più formazione!”, ma la si invoca sempre per altre categorie, non per sé stessi. La “domanda” di formazione si rivela essere soprattutto una offerta, quando non anche una imposizione. Il dubbio, forte, è che la formazione finisca con lo svolgere una funzione quantomeno impropria:

    produrre acquiescenza, uniformità e manovrabilità, e portare consenso e motivazione nei confronti delle istanze dei dominanti piuttosto che quelle dei dominati, dell’impresa piuttosto che del lavoratore, insomma di chi la formazione la vuole… per gli altri, sostenendo che sia per il loro bene.

    Viene il sospetto, dunque, che nella neolingua tardo liberista la formazione sia uno strumento di governo e di dominio. In questo mondo confuso, dunque, tocca perfino spezzare una lancia contro l’idea che “più formazione” sia sempre un bene per chi la riceve. 

  • L’odio

    L’odio

    Recenti fatti di cronaca ci riportano l’attenzione e lo sguardo su uno spostamento culturale che, sottotraccia, avanza in realtà da molti anni. Per astenerci da sottigliezze semantiche e accademiche, il fenomeno stai in una sola parola di quattro lettere: odio.

    Non è di poco conto che gli ultimi due episodi siano opera di ragazzine tra i 12 e i 14 anni. Perfino il monopolio maschile della violenza sembra incrinato da episodi estremamente gravi perpetrati non solo da femmine ma da giovanissime ancora in età puberale. Per quanto ancora da inquadrare statisticamente, il fenomeno della violenza compiuta da soggetti sotto i 14 anni appare in aumento. 

    Il mondo adulto balbetta di fronte a questa realtà. Ci balocchiamo ancora con i buoni, saggi consigli della Polizia Postale per proteggere i minori dal visitare siti con contenuti inadatti, dimenticando che i minori sono già andati molto oltre: sono i minori stessi a produrre contenuti a dir poco inquietanti. Incriminare il web e i social network anche di questi delitti mi pare una visione troppo parziale.

    L’odio prolifera nei social ma affonda le radici nelle persone, nei loro corpi e nei loro sistemi nervosi.
    L’odio è diventato una realtà.

    Ben consapevole di avventurarmi in un terreno minato mi prendo la libertà di tracciare una mappa del bacino di coltura di questo fenomeno.

    Schiere di bambini fin dai pochi mesi di età sono deprivati di relazioni significative e continuative con adulti di riferimento: a parte serate trascorse con genitori stanchi e distratti,  trascorrono  larga parte del loro tempo in strutture educative di gruppo, nidi e scuole dell’infanzia, ottime per qualche ora al giorno, ma che non dovrebbero occupare l’80% del tempo di veglia di un bambino. Non mancano appelli di esperti e ricerche che segnalano un aumento di problemi di linguaggio, di aggressività e di disregolazione emotiva in bambini troppo istituzionalizzati e troppo precocemente.

    Se non si compie del tutto una buona maturazione relazionale, l’altro rimane un oggetto, un ostacolo, talvolta una minaccia.

    Un aspetto collegato alla deprivazione relazionale è naturalmente costituito dall’abuso precoce di dispositivi elettronici. Oltre ad effetti non specifici e generali, non dobbiamo trascurare la grande quantità di giovani che trascorrono diverse ore al giorno su giochi definiti con nonchalance sparatutto, come se fosse normale che un piccolo di uomo passi ore al giorno davanti a uno schermo uccidendo persone con armi da fuoco, investendole con l’auto o facendole a pezzi. E pur tuttavia gli appelli a un controllo e a una moratoria nella diffusione dei videogiochi violenti cadono sistematicamente nel vuoto, o, per meglio dire, nel fiume di denaro incassato dai loro inventori.

    Viviamo nell’era dell’apparenza e dei like, un tempo in cui la disputa di rango attraverso l’attenzione ricevuta dai propri simili è diventata ossessiva e senza esclusione di colpi. Come valutare altrimenti quei giovani che pur di scattarsi un selfie da migliaia di like rischiano la vita sotto un treno o al margine di una strada?

    Il ruolo della scuola: dopo i primi anni trascorsi a contendersi l’attenzione di (troppo poche) maestre ed educatrici, gli studenti crescono e troppo spesso sono visti e valutati solo in base alla loro capacità di produrre comportamenti acquiescenti nonché performance accuratamente misurate. A parte meritevoli ma episodici risvegli, è una minoranza di docenti veramente capaci anche di relazione, la scuola ostenta una olimpica indifferenza per la dimensione umana degli alunni

    Infine: l’esempio degli adulti. L’odio ormai scorre a fiumi anche nel mondo adulto così come la tracotanza e la prepotenza, in TV come sui social. Non si discute, non si dialoga, non ci si confronta: si sparano parole sull’altro come a volerlo eliminare.

    Un ottimo terreno per tutti questi fenomeni è costituito da un modello economico che produce diseguaglianze, esclusione e precarietà.

    Che dire? Io credo che sia molto, molto tardi per qualsivoglia intervento, ma se si vuole tentare si dovrebbe iniziare da questi punti.