Dalle scolaresche sorgono moltissime domande inerenti l’affettività, il sesso, le relazioni di coppia e tematiche affini. A scanso di equivoci lo voglio dire chiaro: la Scuola deve assolutamente essere in grado di intercettare queste domande e di dare un suo contributo laddove le domande sorgono. È di grande aiuto per un adolescente incontrare al di fuori della famiglia adulti maturi, capaci di ascolto, di accoglienza, di sospensione del giudizio e che siano in grado di veicolare la loro esperienza con parole comprensibili. A volte sono proprio le/i docenti a trovarsi di fronte non solo a domande, ma a volte di veri e propri eventi di cui la scuola può essere teatro: coppie che si formano o si sciolgono, litigi, gelosie, innamoramenti non corrisposti e tante altre situazioni più o meno prevedibili.
Purtroppo, l’impianto che è stato dato in anni recenti al tema dell’educazione, sessuo-affettiva va in tutt’altra direzione: progetti, percorsi, momenti formali sui quali vengono riposte aspettative scientificamente assolutamente insostenibili: prevenzione della violenza di genere, prevenzione delle cosiddette relazioni tossiche, promozione di una cultura che non discrimini per genere o orientamento sessuale. (ne ho scritto più ampiamente qui). Trasformare l’educazione sessuo-affettiva nella ennesima ora di “progetto” (e di progetti la scuola è satura da molti anni) significa relegarla nell’irrilevanza.
Per quanto riguarda il tema del consenso informato, credo che questo vada visto in un contesto realistico: molti vedono in questo strumento un via libera dato a istanze “bigotte” e trans-fobiche, oppure uno stop a qualsiasi iniziativa su queste tematiche tra le mura scolastiche. Ancora una volta da un impianto sbagliato nascono deduzioni sbagliate: il progetto formalizzato è bene che sia sottoposto al consenso informato come tante altre cose, mentre dobbiamo considerare una modalità diversa, fluida e contestuale in cui ciò può avvenire, ovvero nel momento stesso in cui sorgono domande, questioni, esplosioni emotive all’interno della classe. E non c’è risposta più efficace di quella che giunge nel momento stesso in cui sorge il bisogno di essa. Per operazioni di questo tipo non servono consensi informati né altre formalità burocratiche. Situazioni del genere avvengono ogni mattina in ogni scuola media e superiore. Il conforto, le parole sagge, un momento di discussione collettiva in classe sono parte della vita scolastica e lo sono inscindibilmente.
Forse però l’educazione all’affettività nelle scuole (con queste premesse) è meglio non farla affatto, se tocca assistere a questo spettacolo meschino: come in un campo da rugby due squadre si contendono niente meno che il cervello di coloro che siedono sui banchi. Gli uni vogliono portare in classe suore laiche, portatori di cilicio e altra fauna similare, gli altri la pedagogia queer, la teoria gender e altre idee multicolori. I contendenti sono accomunati dalla stessa cecità: non vedono che la crisi riguarda la capacità umana di creare e mantenere legami affettivi, una capacità che non si impara sui banchi di scuola ma si vive, si respira nelle relazioni fin dall’inizio della propria vita. Ha bisogno di esempi, non di lezioni. Qualsiasi tentativo di “insegnare” l’affettività è destinato, nella migliore delle ipotesi, a una completa inutilità.
I fattori che alimentano la crisi del legame sono vastissimi, eterogenei, spesso sfuggenti. Tra questi fattori il ruolo della teoria gender per gli uni e della omo-transfobia per gli altri è del tutto marginale. Se si è intellettualmente onesti si deve anche ammettere che su una mole di fattori così vasta e articolata la possibilità di intervento a breve termine è limitatissima.
Tuttavia, se proprio si vuole poter dire di avere agito in questa direzione, allora si deve investire sulle relazioni primarie, sull’accudimento primario, sull’attenzione e la cura verso i bambini in tutte le fasi del loro sviluppo; non guasterebbe imporre divieti seri all’utilizzo di device e di social network durante gli anni dell’età evolutiva. Effetti a breve termine forse quasi nulli, e in seguito, chissà, solo benefici modesti, ma almeno sarebbe qualcosa.
D’altronde è soltanto una delle terribili fallacie della cultura neoliberista: darci a bere che tutto ciò che abbiamo perduto in nome del profitto e del capitalismo rapace possa essere recuperato con qualche ora di “educazione-a-qualcosa”. Traumi dell’attaccamento, fallimenti dell’accudimento, primato assoluto del tempo produttivo a scapito del tempo affettivo, individualismo, allargamento della cultura di mercato ai rapporti umani, creazione di bolle di opinione radicalizzate tramite l’imperialismo social, cultura della competizione, auto-sfruttamento, uso commerciale e comunicativo dell’immagine del corpo femminile… e potrei continuare per ore a elencare i danni dell’attuale sistema economico e della sua ideologia onnicomprensiva.
L’idea che esista una “via educativa” per risolvere tutto ciò fa parte dell’ideologia stessa, non certo della soluzione. Lo si può pensare in buona fede, ma davvero, confrontando i dati, si dovrebbe capire che questa via non porta da nessuna parte. Per dirla brevemente: l’educazione è un processo assolutamente Top-down, che parla alla neocorteccia auspicando un qualche effetto sugli strati sottostanti, E questo è un approccio che funziona per molte cose dove la neocorteccia ha un primato indiscusso. Ma se c’è un dato ormai assodato, è che sono i processi Bottom-up a giocare un ruolo centrale nel malessere psichico e anche in tutte le condotte impulsive, devianti o meno che siano. Inoltre gran parte delle problematiche anche gravi che si verificano nelle relazioni sentimentali disfunzionali portano sullo sfondo dei loro percorsi disturbi importanti dell’attaccamento risalenti dunque all’età pre-verbale, eventualmente prolungandosi per tutta l’infanzia. Questo conferma il fatto che le relazioni sentimentali e sessuali funzionali o disfunzionali o tossiche che siano affondano le loro radici in processi e modelli profondamente radicati nella biografia di ogni individuo. E su questi processi l’educazione scorre via come l’acqua della doccia.
